Il Volpato Bianco e Rosso del Podere Nannini: una micro verticale.

Volpato Bianco Toscana, IGT 2017, 12 gradi; IGT 2016, 13 gradi;

Volpato Rosso Toscana, IGT 2017, 13 gradi; IGT 2016, 12,5 gradi;

Podere Nannini.

Ho conosciuto la Maremma che ero un bambino: erano i primissimi Anni ‘80, perché dell’ultimo scorcio del decennio precedente, è difficile io abbia contezza. La si frequentava in transito per andare d’agosto all’isola d’Elba: i miei genitori, i miei nonni, zii e cugini, la famiglia e gli amici di mio fratello. Bellissima e selvaggia quella terra, di fascini e silenzi notturni, di immobili meriggi assolati, affocati dal caldo e dal ronzio delle cicale che invadeva i cespugli degli oleandri. C’era,allora, la vecchia Aurelia, che inanellava come le semi di un rosario paesi dai nomi aperti e indolenti, evocativi di sole, di mare e di rena: Bibbona, Donoratico…costeggiando i vecchi poderi un po’ cadenti, che immancabilmente avevano un capanno di legno e canniccio preposto allo smercio di frutta, verdura, vino e olio, saltuariamente miele e qualche cacio. Un paesaggio non molto diverso da quello dell’“abito fiero” e “dello sdegnoso canto” di carducciana memoria o dalle macchie abbagliate di un Fattori, di un Signorini, di un Lega, di un Borrani, di un Cabianca.   La zona di Castagento Carducci e di Bolgheri, da spettinata e sonnolenta che era, si è oggi rifatta il trucco grazie al turismo ed all’enoturismo, divenendo assai più curata ed elegante, ma perdendo qualche cosa in autenticità e schiettezza. Da qualche anno ritrovo la memoria di quell’antica Maremma dei miei ricordi scendendo un poco più a meridione e doppiando il capo dove sorge Piombino, verso Follonica.  Lì si stende una landa – ché  diversamente non saprei come definirla- piatta, lembo estremo della Val di Cornia quando quest’ultima si tuffa nello specchio di mare che guarda la sagoma sensuale e altera dell’Elba. È incorniciata a settentrione dalle sagome spettrali degli altiforni Ilva, poi Lucchini, oggi Jindal, con le loro duplici ciminiere altissime; a meridione dalle palazzine di Follonica. Nel tratto parallelo al mare condta di aree incontaminatamente, umide, selvagge (il parco della Sterpaia), mentre nell’interno la campagna è ancora genuinamente campagna: una distesa vasta e spaziosa di terra coltivata, di zolle fertili rimosse, coi campi di girasole, grano, carciofi, lattughe, peschi e albicocchi, ulivi e viti; che, se non sono coltivati promiscui filare per filare, poco ci manca, tanto un appezzamento confina con l’altro, variando la coltura: così che le une si affratellano alle altre secondo riquadri regolari. Essi sono delimitati, di quando in quando, dalle numerose strade bianche; e, d’intorno, stanno le colline subito alte e verdi di boschi. Lì, ancor oggi, ci sono tante aziende agricole, dove ancora si posson comperare al minuto frutta, verdura , formaggi, olio, miele, vino; da coltivatori diretti di un’autenticità sana e veramente a chilometro zero, altro aspetto che mi rende sempre piacevole una vacanza a Torre Mozza, ultima località livornese prima del confine grossetano.

Ora: non è che vedendo qualche cartello di codeste aziende che reclamizzava la vendita di vino, mi fossi in verità mai affrettato ad assaggiare quelle bibite: su quelle terre piatte, apparentemente pesanti, e assolate, che cosa poteva mai venire? E poi, lo sapevo, qui si produce ancora tanto sfuso senza pretese – non c’è nulla di male, se non si hanno particolari aspettative.

Ventura vuole che lo scorso novembre, girellando per i banchetti del meraviglioso mercato FIVI, mi imbattessi in un’azienda della quale non avevo mai sentito il nome e che notassi, con una certa curiosità, che era di Riotorto, una frazione del comune di Piombino che sta a un tiro di schioppo dal mare e da Torre Mozza.  Assaggiai i due “Volpato”, bianco e rosso, ed il rosso più ambizioso, l’Esopo, l’ unico ad affinare in legno.

Furono però i “ Volpato” ad accendere il mio interesse: giovani, spontanei, schietti, pieni di carattere; vini di ispirazione felicemente artigiana, quasi antica se mi ricordavano certi vini contadini locali degli anni ’70 e 80. Il Bianco mi attrasse in maniera particolare, rammentandomi i buoni bianchi locali e rustici di un tempo;  ripulito, sì, questo Volpato, ma autentico: dal colore carico e vivido, generoso, gustoso, corposo, dissetante, univa queste doti dei bianchi  maremmani della mia memoria ad una moderna precisione, con un taglio particolare, credo all’incirca paritario, di uve verdicchio e vermentino, che fu portato in zona da coloni marchigiani negli anni ’20 e ’30: erano terre di bonifica quelle del fondo della Val di Cornia.

Difatti  dal mercato FIVI mi riportai a casa due Volpato Bianco 2016 , un Volpato rosso della medesima annata ed una bottiglia del loro olio franto da poco, che trovai eccezionale: estremamente aromatico, piccante, vivido e sbalzato come un bassorilievo.

L’occasione di una vacanza a Torre Mozza in questo fresco principio di giugno è stata propizia per una visita al Podere Nannini, fugacissima ma intensa: qui c’è ancora una realtà autentica, contadina, dove una famiglia coltiva i campi, taglia le siepi e coglie le albicocche: se è il caso, potresti trovartele offerte, come usava un tempo: grandi, colorate, polpose e sode, saporite, asprine il giusto: squisite. L’ospitalità è calda, amichevole, genuina: in un attimo ti senti in famiglia, perché trattato con domestica e gentile confidenza. Per arrivare, uno stradello sterrato che si separa dalla strada provinciale 39 ( la vecchia Aurelia) e si infila fra i campi piatti, bordeggiando distese apparentemente  sconfinate di spighe dorate e di carciofi, grandi e violacei come monumenti barocchi. La terra attorno è di zolla grave, scura, gravida di sostanze nutrienti come una vitella dalle lunghe corna; e, credo, con una certa percentuale di argilla.  Piatte sono pure le vigne, quelle che ti vengono mostrate con orgoglio: amplissima quella vecchia di trebbiano, con piante che superano i quarant’anni e sono magnificamente in vegetazione, quasi formassero un labirinto verde; e  assai più raccolta quella di cabernet franc, appena piantata, che andrà in produzione tra qualche anno.

Viene spontaneo riflettere, empiricamente: le vigne distano 5-6 chilometri dalla linea di costa, che è la lunga spiaggia sabbiosa del parco della a Sterpaia; troppi forse per ricevere appieno le brezze marine che spazzano l’ampio golfo di Follonica (in estate, lì sul mare, può fare persino freddo), tuttavia son sicuro che benefici della sua azione termoregolatrice, delle sue guazze notturne (che ristorano le viti quando soffia la calda brezza di terra) e di quella luce intensa, pura e particolarissima per la quale è celebre questo tratto di costa Toscana, da  Bibbona a Gavorrano. D’altra parte le vigne in pianura possono anche limitare l’espressione di certe varietà e sospetto che il verdicchio funzioni bene in taglio per regalare un di spinta acida e struttura  al vermentino che qui, forse, da solo riuscirebbe troppo largo e senza nerbo.

Con la visita al Podere Nannini mi son messo in bagagliaio anche qualche bottiglia del Volpato Bianco 2017 e del Volpato Rosso 2016, potendomi così divertire al gioco di una  verticale di due annate: piccola, improvvisata, domestica, ma rivelatoria. Cominciando, come da vecchia tradizione, dal vino più giovane.

Il 2017 ha un bel color limone luminoso e molto pieno, con riflessi verdini, quasi di giada: saranno verdicchio e vermentino con quelle a radice “ver/verd/vert” ad ispirarlo.

Forma sul calice un velo spesso, che diviene lacrime massicce, lente, evanescenti. Si vede ancora un po’ di finissima anidride carbonica disciolta, segno di giovinezza e di un imbottigliamento tutto sommato recente. Per me è la benvenuta.

Esprime un profumo molto intenso e campereste, estivo: fosse un arazzo, l’ordito sarebbe scopertamente cerealicolo, di campi di grano maturi e biondi, sui quali si disegnano rustiche figure di salvia e di alloro, di albicocche e foglie di carciofo, di semi di girasole e di papavero, un tocco delicato di uva spina ed uno deciso di pomodoro, con una lieve scia minerale.

Al palato è schietto: di corpo importante,  ben secco, eppur morbidamente avvolgente per effetto del glicole, ha un’acidità netta (un “asprigno”, ha detto il mio babbo), che disseta e richiama sorsi e sorsi, anche perché c’è quell’anidride carbonica disciolta ed una certa sapidità che titillano. Al gusto è dinamico, con continui e franchi rimandi ai suoi profumi intensi, e tuttavia il vino rimane improntato ad una certa delicatezza di tocco, in virtù anche di una sensazione tattile  fluida e sciolta.  Il finale ha una giusta lunghezza, pulizia, ed un gioco quasi scherzoso tra le dolcezze alcoliche e le note saline. Fosse una luce, sarebbe quella decisa, ma nitida ed ancora fresca di metà di una mattina di giugno. Credo che trovi il suo migliore abbinamento su una cucina di mare ricca e sapida , ma lo proverei volentieri anche sulle verdure ripiene e sulle carni bianche.

Curiosamente Il Volpato 2016 esprime un grado alcolico maggiore, una sorpresa considerato che l’annata 2017 è stata più calda; ma calore, si sa, non significa necessariamente  grado alcolico, che è piuttosto legato all’intensità luminosa ed alle ore d’insolazione: anzi, la maggior calura può aver da un lato mandato le viti in uno stato, per così dire, di protezione; dall’altra il cielo potrebbe essere addirittura rimasto più velato per l’afa, riducendo l’insolazione; e conta, ovviamente, l’epoca della vendemmia. Rispetto al fratello minore ha un color limone più carico e maturo, e profumi ancora più intensi, robusti, profondi: qui si annodano in perfetto ed armonioso bilanciamento agrumi maturi (e limoni, in particolare), frutta secca (nocciole fresche, mallo di noce), spunti idrocarburici e terrosi, su un tappeto soffice di fiori gialli e bianchi, di uva spina, con intermezzi quasi piccanti di peperoncino e timo. Ritornano i girasoli, petalo e seme, ritorna la macchia riarsa dal sole, evocata e subito sfumata. Sorso molto armonioso, col corpo ampio, energico, di notevole spinta acida e salinità più delicata, quasi accennata rispetto al 2017, ma in realtà ben presente e integrata in delicata fusione grazie alla maggior presenza  estrattiva del vino. Al gusto è ancora più concentrato e nel finale si illumina di un’inattesa balsamicità di resina di pino, che all’olfatto era appena accennata. Anche la persistenza mi sembra avere una marcia in più rispetto al fratello più giovane, per lunghezza ed armonia. Mantiene in pieno, tuttavia, quelle benvenute doti di freschezza e secchezza, quel dissetante “asprigo”. Fosse una luce, in questo caso virerebbe su quella di un mezzo meriggio di giugno: sempre decisa, ma ancora più forte e più calda. Lo direi bene sul pescato di mare, e su grandi crostacei: astice, aragosta.

La mia micro verticale del Volpato rosso è forse una piccola forzatura, essendo dichiaratamente , questo, un rosso da gustarsi nella sua giovinezza.  Però è stata l’occasione quasi di riscoprire questo vino, che durante la fiera novembrina non avevo forse apprezzato appieno nella sua giusta dimensione, che poi è quella della tavola, dei sapori sapidi e genuini, dell’aria aperta: non ti aspettare qui -amica o amico che mi leggi- un vinone signorile da concorso, un bell’imbusto in doppio petto, ma un vino amico e schietto, quello è.  Curiosamente, nel rosso l’annata ha avuto effetto inverso sul grado alcolico, maggiore nel vino più recente.

Il Volpato Rosso 2017, è perlopiù di uva sangiovese, con aggiunte di canaiolo e ciliegiolo. Ha un colore rubino perfetto,  molto trasparente, bellissimo e luminoso; lascia sul calice un velo evanescente. Profumo di intensità  superiore alla media, semplice e fresco, principalmente sulla frutta rossa: se parte dalla rosa, vira subito sulla  fragola e attraverso la ciliegia trascolora  fino all’amarena, persino quella candita e  sotto spirito. Un fondo delicato di erbe aromatiche un po’ selvatiche, come il timo, e minerale, di grafite, di legna bruciata. Di corpo quasi lieve, inferiore di certi a quello di molti rossi, ha snellezza, scatto, tanta acidità ben integrata che lo rende fresco e dissetante come un agrume, ed un più è assai salino. Il tannino c’è , ma leggero, fine. Non ha grande estratto, ma è ragionevolmente gustoso,  ed ha un finale di discreta lunghezza, equilibrato, nitido e pulito, perché si giova della secchezza del vino: è senz’altro toscano è maremmani nel carattere, non ci sono svenevolezze qui. Sobria quasi una versione mediterranea, sorridente, virile di un Beaujolais, ma di quelli buoni: un  Morgon, un Moulin a vent. Fosse un colore, sarebbe un rosso vivo, ma pastello.

L’abbiamo gustato con grande piacere su un’insalata di pomodori rossi locali, squisiti, e su pecorino fresco ed affettati assortiti, tra i quali una divino prosciutto di cinta senese brada della Macelleria Marini di Agliana (PT), tagliato rigorosamente al coltello. Tuttavia non esito  a immaginarlo ottimo su zuppe di pesce e persino sulle triglie alla livornese, per non parlar dello stoccafisso in umido, come si prepara in Toscana; e, perché no, sul tonno. A mio vedere, è un vino da pesce paradigmatico.

A margine, mi sono chiesto come sia stato possibile ottenere un rosso così lieve e dalla tinta trasparente in un’annata calda e asciuttissima  come la 2017, e in questa zona, dove sui colli vicini seccavano persino gli alberi nei boschi. Non credendo a magheggi di cantina – perché il vino fluisce in maniera talmente naturale- ritengo che l’effetto del mare ed una certa percentuale di argilla nel terreno possa aver aiutato le viti, ma soprattutto che,  intelligentemente, la vendemmia sia stata alquanto anticipata e la macerazione sulle bucce tenuta corta.

Il Volpato Rosso 2016, complice l’annata felice ma notoriamente particolare, mostra in maniera se possibile ancora maggiore un carattere originalissimo ed artigiano: mi ricorda davvero, come se li avessi materializzati davanti, certi rossi toscani che si bevevano qui e sulla dirimpettaia Isola d’Elba, soprattutto dal punto di vista aromatico. Già al colore, l’impatto è diverso: sempre rubino trasparente, e  molto luminoso, ma assai più concentrato e cupo rispetto al fratello più giovane. Anch’esso forma sul calice solo un velo, che si ritira adagio ed uniformemente, senza quasi accennare a lacrime. Il profumo è molto intenso, concentrato e complesso, sfaccettato fino a toccare note più acute e profonde. C’è un’idea di fiori, come di petali di viola appassiti, che vanno a braccetto con profumi di frutti di bosco rossi e neri (lamponi, more e mirtilli), fino all’uva aleatico appassita. In mezzo sta la frutta rossa: polpose susine, mature ma ancora croccanti, un po’ acidule. Intorno sta una nuvola complessa ed inestricabile di macchia, quella selvaggia e resinosa delle dune costiere, ed una scia sottotraccia di spezie di norcineria – il pepe nero e quello bianco – e di sottile mineralità. In bocca è gustosissimo, succoso, longilineo, ben secco, salinissimo e con un’acidità spiccata: non l’ho assaggiato in parallelo col 2017, tuttavia credo che i parametri analitici di acidità non siano granché diversi: ma in questo 2016 la combinazione di maggior estratto e minor alcol (limitato alla soglia legale dei 12,5 gradi) risulta in una superiore freschezza: letteralmente,  è appetitoso e fa salivare appena lo si avvicina al naso. Di corpo presente, ma assai misurato, sul finale è nitido, equilibratissimo ed in rimando continuo ed incalzante tra frutta e sale, dolcezza e acidità, molto gustoso e di spiccata persistenza. Insomma, ha una marcia in più rispetto al fratello minore; o, piuttosto, un eloquio più scopertamente tridimensionale. Toscanissimo anch’esso e forse più ancora dell’altro. Fosse un colore, sarebbe un viola scuro, luminoso e cangiante, come i petali di certi fiori di campo. L’abbiamo goduto con piacere su un piatto di penne coi pomodori freschi, guardando il mare del Golfo di Follonica, ma lo proverei, credendolo ideale, sovra un galletto alla griglia o al mattone, o eventalmente allo spiedo.

Rossi, entrambi – mi raccomando di cuore amica o amico che mi leggi- da bere un po’ freschi, assolutamente non oltre i 18 gradi e scendendo tranquillamente fino ai 14, in particolare col 2017, specie lo gusti su vivande di mare. Faccio mia la raccomandazione che il produttore mi ha detto mentre si caricava in macchina le bottiglie: meglio berlo in fretta, senza lasciarlo troppo invecchiare; ed io direi che il suo orizzonte può essere i tre, forse i quattro anni dalla vendemmia,  solo se ottimamente conservato.

Guarda tu che vini, quelle viti di pianura, quelle terre da ortaggi, da pesche…è forse questo il massimo che possono dare?

Ecco un territorio che parla attraverso il bicchiere, grazie ad una mano sapiente e rispettosa, in grado di valorizzarne la peculiarità oltre ogni aspettativa. Proprio vero: “ nel vino si riconosce il mondo”.

La prossima volta al Podere Nannini mi fermerò con calma: farò mio il tempo lento di stringere le mani, di aspettare il tramonto passeggiando le vigne.

2 pensieri riguardo “Il Volpato Bianco e Rosso del Podere Nannini: una micro verticale.

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