Serrone 2010, Taburno Rosso, Nifo Sarrapochiello, 14 gradi .

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Aglianico, Piedirosso, Sangiovese. Io credo che dal primo prenda la forza e il profumo di frutta, dal secondo le spezie e la delicatezza, dall’ultimo finezza e slancio: un vino sorprendente questo Serrone che ho scoperto per caso, acquistandolo su internet e scegliendolo volutamente tra alcuni vini campani da tenere a portata di mano per berne in scioltezza sulla tavola quotidiana, senza pensarci su, magari col gusto però di provare etichette nuove. In questo caso, ad attrarmi, oltre al prezzo molto accessibile (poco più di sei euro), fu il nome del produttore, che nella mia piccola esperienza tengo tra i più seri della Campania; ed inoltre l’evocazione magica del Taburno, la montagna sannita aspra e dolcissima, dai boschi verdi e dai candidi massi calcarei, dall’aria profumata di erbe e di fiori: un paradiso che ad andarci permette ancora il tuffo in una natura primigenia, quasi che il tempo l’avesse cristallizzata. La cantina Di Lorenzo Nifo Sarrapochiello sta a Ponte, Sannio profondo e straordinariamente agricolo, preservato: lì coltiva le vigne in regime biologico ed a me pare – a prescindere dalla certificazione pure posseduta- scelta giustissima, dato il contesto. Con le prime caldane di maggio lo preparai in frigorifero per berlo un po’ fresco ed una sera, avendo in tavola spiedini ed una buona compagnia, pensai di aprirlo.
Solo allora mi accorsi che l’annata era la 2010 e che dunque questo vino scelto per contesti quotidiani e senza troppe aspettative né pretese, aveva già otto anni; e quasi rimasi perplesso, chiedendomi se la temperatura ridotta non  svilisse pertanto i suoi aromi; persino, se non fosse magari già troppo evoluto. Il tappo tuttavia era un lungo monopezzo di sughero che emise, estraendolo, un incoraggiante “plum”, indice di buona tenuta.
Difatti questo vino dal colore rubino scuro e concentrato, tendente al granato sull’unghia e che lasciava sul calice gocciole fitte e lente e regolari, mi apparve subito ben più giovanile del previsto, portando assai bene i suoi anni: perché il suo profumo intenso, sebbene in evoluzione, mostrava una quantità di aromi primari che ben si adattava al servizio fresco; ed i suoi terziari erano chiari e nitidi, risaltati ed integrati perfettamente anche alla bassa temperatura (tra i 12 e i 13 gradi all’apertura, ma in lenta risalita perché nessun accorgimento presi per stabilizzarla). Si svolgeva come una successione di piani prospettici: anzitutto, amarene, ciliegie e fragole anche candite; poi rose rosse, ed insieme macchia, bosco, bacche di ginepro, alloro, rosmarino; quindi  spezie dolci (cannella) ed ancora humus e inchiostro e petrolio e ruggine. Un vino tutto terra, che trovava il suo senso nell’evocazione ruvida della materia, quasi una natura morta di Morandi. Un sentimento terragno che si ripresentava anche al palato, dove il Serrone esordiva secco, ma segnato dalla dolcezza dell’alcol, con un corpo pieno, quasi commestibile eppure restando scattante. Tutto polpa, era fitto, cremoso, carnoso, con un tannino irregolare ma piacevolissimo, maturo, croccante e rispettoso. Mostrava  una certa salinità, un’acidità notevolissima, una discreta lunghezza che si chiudeva su un finale un po’ scomposto tra alcol e tannino, ma il vino andava giù che era una meraviglia e con soddisfazione, anche per via di una chiarezza espositiva e di esecuzione accuratissime: sebbene una parte di lui avesse conosciuto  barrique (che tuttavia presumo usate), l’avrei detto affinato in contenitori del tutto neutri, perché  lui cantava  l’evidenza del sole del sud e dell’aria di montagna o dell’alta collina. È un vino allegro questo Taburno Rosso, di compagnia, rusticone, sinceramente carnale e senza fronzoli, tutto terra; un po’ guascone, ma agile e leggero a dispetto del corpaccione, e di purezza primigenia. Ottimo, e su quegli spiedini ci stava benissimo. Però devi averne bevuti, di vini, per apprezzarne appieno la sincerità spudorata.

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