Rosso di Montalcino 2007,  Terre Nere Campigli Vallone, 13,5 gradi.

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Montalcino ha molte facce e, con essa, il suo vino. Guardala sulle pagine di un atlante, amica o amico che mi leggi: quel colle posto a sud della Toscana, circa equidistante tra Appennino e Tirreno, ha una base quasi quadrata, sì che potresti immaginarlo come la Piramide di Cheope del Sangiovese. Piramidale la forma, prismatica la sostanza: ogni pendio, ogni vallecola, origina vini differenti, espressione autonoma ed identitaria di un Sangiovese che pure mantiene tratti comuni: c’è in tutti una stessa radice di energia e di sostanziale, intrinseca, estrema eleganza. Persistono pertanto sottozone nelle quali i vini si disegnano con caratteristiche che all’assaggio balzano evidenti come un’insegna del luogo: è non è suggestione, ma suolo, vento e sole.
Personalmente, per ragioni paesaggistiche e sentimentali, amo molto l’areale di Castelnuovo dell’Abate, che occupa il quadrante sud-sudorientale del comune: lì, in valle ampia e verde, contornata da olivi, stanno le pietre millenarie dell’Abbazia di Sant’Antimo: nude, mute, cantano lodi ininterrotte verso il cielo; lì, il Castello di Velona, maestoso e grifagno seppur tramutato In resort di lusso, erto su un poggio ripido come rupe, scosceso da balze infernali che precipitano verso l’Orcia; lì, dirimpetto, la sagoma imponente del Monte Amiata, gigante verde di fiaba e magia, Olimpo toscano e silvestre, rifugio di sognatori e eremiti, che per anni è stato mia base estiva di passeggiate e porto sereno dal quale, in auto, risalire appunto il colle di Montalcino dal lato di Castelnuovo. Mi fermavo a Poggio di Sotto, quando ancora c’era la cara Chiara Antoni: vini, quelli, di bontà leggendaria. Tuttavia negli anni altri assaggi mi hanno convinto che tutti i vini di Castelnuovo, se la voce del territorio è rispettata, abbiano una timbrica particolare, un equilibrio mirabile tra una sensazione tattile larga e setosa, un bouquet ampio, complesso, lievemente etereo, ed un’acidità salvifica, che assicura sveltezza al palato ed eleganza nel quadro di un sorso di bellezza distesa più che di verticale tensione. E, non ultima, la dote della longevità. Ne ebbi la prova qualche mese fa, quando il 16 settembre 2017 aprii un Rosso di Montalcino  che aveva dieci anni esatti: il 2007 di Terre Nere, che avevo comprato tanti anni prima solo per averne sentito dire tanto bene: l’azienda non solo non la conoscevo, ma neppure sapevo che si trovasse sotto il Castello di Velona, a Castelnuovo (solo parecchio tempo dopo ebbi modo di assaggiare più volte i vini della famiglia Vallone, apprezzandone il valore). Poi, i casi della vita, rimase a lungo nella mia piccola cantina Toscana, ben protetto e al buio. Ora, che i Rosso di Montalcino possano essere vini di lunga gittata, specie in certe annate, lo sapevo, ma di trovare questo 2007 in condizioni tanto splendide ed integre non me lo aspettavo davvero: versato nei calici, si presentò ai nostri occhi in forma mirabile, trasparente e di color granato, luminoso, lasciando sul calice gocciole fitte, lente, consistenti, persistenti. Aveva un profumo molto intenso, complesso, in evoluzione: prima un acquerello floreale di rosa e di viola, poi – più nettamente materiche- ciliegia e amarena, lampone e melograno, chinotto candito e carrube. C’era poi una speziatura di pepe bianco e nero, e un accenno piacevolmente vegetale, come una buccia di melanzane e di zucchine, che con le ore viravano sui toni delle erbe officinali. Infine, un fondale morbido, silvestre, di foglie bagnate e fungo porcino, con accordi boschivi di pineta e faggeta, con un tocco pungente di alloro ammorbidito e arricchito da una spolverata di cacao. Soprattutto, un profumo lirico nella fusione, nella coesione, nella successione slanciata. Un sorso, ed in bocca si rivelava un Sangiovese rotondo, ampio , quasi solenne, eppure ficcante, filante, longilineo, fresco, con altissima acidità accoppiata a un tannino di gran classe: abbondante, fitto, rifinito. Un gran corpo, questo vino, quasi sontuoso nell’ incedere: setoso, compatto, luminoso, ma con ombreggiature. Deciso nell’attacco, energico e determinato nello sviluppo, col finale espresso in vibrante souplesse: magari un po’ marcato dall’alcol quest’ultimo, ma in maniera in fondo accattivante e piacevole. Fu per noi, nell’intimità domestica della tavola domenicale, eccellente su una pasta al sugo di carne.

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