Langhe Nebbiolo 2016, Tenuta Cucco, 14 gradi.

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Tra i comuni del Barolo, ho un’affezione particolare per Serralunga d’Alba.
Certo, conta l’unicità del timbro dei suoi vini: potenti, tannici, complessi, longevi; ma non basta a spiegarne la malia che su me il villaggio esercita.
Sarà magari che fu il primo che visitai durante la mia primissima gita in Langa, dieci anni fa: ricordo ancora l’impressione di severa grandiosità che mi suscitavano quei paesaggi, la forza morbida di quelle ripide colline, scure e sfumate tra i bagliori delle foschie autunnali; la salita, ripida, che quasi a balze in pochi stretti tornati risaliva lasciandosi alle spalle la vallecola e le memorie sabaude per spingersi tra le vigne in una dimensione fortemente rurale, bordeggiata di vecchie cascine, dove gli stemmi non sono nobiliari, ma quelli storici delle cantine, in ferro battuto e dipinto. Tutte le volte che percorro quella strada, attendo il momento nel quale comincia a snodarsi in cima al crinale, mantenendosi quasi piana, a destra le viti di Meirame , a sinistra Ceretta e Prapò, poi ancora Parafada e Lazzarito, in vista già del castello, che è un dito splendido e drammatico che punta verso il cielo, col borgo muto e solitario che si stringe alla sua base, conoscendo angoli di abbandono e di insegne da decenni serrate: là eran bottegucce che han perso ogni rilevanza sociale. È luogo di memorie e di singolari silenzi, chiuso nelle sue mura, ma basta affacciarsi percorrendone il periplo e  lo sguardo spazia verso Castiglione Falletto e Monforte, verso Diano e Grinzane, verso i poderosi contrafforti delle Alpi.   Poco prima del paese sta la Cascina Cucco, storico edificio affacciato sul Cru Cerrati, del quale rivendica in larga porzione il possesso. Questo ampio edificio sette-ottocentesco, ospita al suo interno una cantina suggestiva, ipogea, attrezzata secondo criteri di ragionata modernità: un paio di rotofermentatori di lucente acciaio, botti grandi per lo più, qualche barrique. Da qualche anno l’azienda ha cambiato proprietà ed anche il nome è mutato in Tenuta Cucco, a sottolineare un cambiamento che riguarda prettamente la gestione delle vigne, in conversione alla biodinamica: questo mi diceva l’enologo interno, persona di estrema e sincera gentilezza, mentre mi accompagnava tra botti e tini, un sabato pomeriggio di gennaio 2018. Dice il vecchio adagio che il buongiorno si vede dal mattino: mi incuriosisce allora l’assaggio di questo Nebbiolo che trovo, omaggio alla clientela, nell’annessa struttura bed&brekfast, un bel appartamento a ridosso della vecchia chiesa del paese. Lo apro pochi giorni dopo, tornato a Milano, come souvenir di quel bel fine settimana trascorso nelle Langhe.
Eccolo che già scorre nel calice, rubino trasparente, tendendo verso il bordo già al granato, con gradualità estrema, disegnando archetti sul bordo. Ha un profumo pulitissimo, di intensità notevole, però non sfacciata, subito marcato dai caratteri tipici del Nebbiolo di queste zone, con la rosa e la liquerizia in evidenza, quasi basso continuo; tuttavia, a ripieno, si svolge decisa e sinuosa la frutta rossa: le susine scurissime, a perfetta maturazione; qualche spunto di erba officinale: ruta; poi spezie: un chiodo di garofano netto, ammorbidito dalla noce moscata; un tocco di ginepro, di legno di sandalo, di incenso, su un fondale morbido di carrube. Lo bevo: il vino è carezzevole, ma secco e serio, intimamente piemontese. Non ti sbagli: alla bocca la potenza di Serralunga, il corpo pieno che soddisfa e appaga, ma non stanca mai, anzi richiama al sorso per l’intensità del suo bacio. Il tannino qui è abbondante, ma caldo, vellutato, fine e morbido, tale da invogliare la beva; l’acidità è medio-alta, la salinità ben percettibile, la lunghezza notevole ed ordinata, verso un finale pulito e asciutto. Il terroir di Serralunga, qui espresso in maniera mirabile, ma virtuosamente, quasi didascalicamente, con una precisione e pulizia che rendono la beva facile e invitante, scorrevole, amica. Questa sera, per noi, compagno familiare dei saltimbocca di tacchino col prosciutto. Che buono. Ah il Nebbiolo, quel Nebbiolo!

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