Ribera del Duero Crianza 2005, Matarromera, 14,5 gradi.

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Può un vino esprimere un sentimento? Domanda oziosa, forse oziosissima. Verrebbe da dire che un vino, semmai, un sentimento lo suscita in te che lo ascolti, evocandoti ricordi, esperienze , suggestioni, sogni, che son già dentro di te; similmente, in parte, alla musica.
Io poche volte ho percepito un senso di solitudine così vera come in certe zone centrali della Spagna: lande sconfinate, spesso aride, dagli ampi silenzi: il vero Far West europeo, non per nulla fondale immaginifico di tanti film di Sergio Leone e di Corbucci; non per nulla, scenario delle gesta folli e malinconiche di Don Chisciotte: perché di fronte a quel nulla, sotto quella luce che acceca, si può anche impazzire. La Ribera del Duero è una di queste terre, parte della regione della Castilla y Leòn: un altopiano ondulato e luminosissimo perché posto a quote elevate, in media 800 metri sul livello del mare, solcato nel mezzo da quel fiume che entrerà poi in Portogallo  scorrendo verso l’Atlantico e cambiando lievemente nome: da Duero a Douro , portando altre storie ed altri vini. Terra di sabbie e ciottoli calcarei, bianchissimi, che riflettono abbaglianti la luce; arida, con soli 450 millimetri di pioggia l’anno – ricorda, amica o amico che mi leggi: 700 millimetri è la media italiana.
Lì, si fa vino da secoli: già i Romani vi avevano portato Bacco. Lì, l’uva è il tempranillo, come nella Rioja, ma assume caratteri particolari al punto che si giustifica quasi che abbia un suo nome locale: Tinto fino; perché in effetti, la combinazione della luce nitida dell’alta quota, dei tanti giorni di sole e delle terre bianche, dona caratteri ai vini originali e spiccati: più alcolici, più potenti, ma di una peculiare finezza tannica anche quando sono relativamente giovani; ed irradianti, quasi la luminosità che ricevono le uve si facesse succo da bere.
L’ultimo Ribera del Duero l’assaggiai ormai qualche tempo addietro, il 20 luglio del 2015. Il vino aveva già dieci anni, ma il tempo non è un problema per i Ribera del Duero; ed, infatti, non lo era stato per questo Matarromera, ancora rubino scurissimo alla vista, profondo, con il sentore del legno  di affinamento ancora evidente come spesso capita coi moderni rossi spagnoli. Oltre il legno, però, l’evidenza della frutta rossa molto matura, ma fresca; e della frutta nera; poi cera, pelle ed un senso di legno diverso, più naturale, muschioso, evocativo, più parte del vino medesimo che sovrapposizione enologica. Puro e suadente al sorso, di corpo ampio ma fresco, con un’acidità superiore alla media ed un tannino ben presente, ma molto fine; lunghissimo, con   un retrolfatto che ricorda il succo amaro del melograno e le carrube. Eccola, la luminosità della Ribera, in questo vino di gran stoffa e rango, non fine, ma orgoglioso e generoso, quasi picaresco: sì, perché se chiudo gli occhi e mi vesto di stracci, e sogno di lanciarmi in irregolari avventure tra una taverna e l’altra, nel mio romanzo io bevo un vino così: per sola amica, la solitudine.

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