Chianti Classico 1997, Dievole, 12,5 gradi.

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Credo che per molti della mia generazione, se bazzicavano la Toscana e se si accostavano al vino come me, più o meno autodidatti, i Chianti Classico di Dievole siano stati le prime bevute veramente serie, venendo direttamente dal bianco Galestro delle estati dei primi baci, o giù di lì.
C’è stato un momento, verso la fine degli anni ’90, che le bottiglie di Dievole avevano goduto di un’ottima distribuzione ed erano comparse persino sugli scafali di qualche supermercato di un certo tono. Era un progetto, quello di Dievole, all’avanguardia per i tempi. Anche il marketing era originale e aggressivo: le etichette frontali dalla grafica affascinante e innovativa, le etichette sul retro a libro, e parlanti, piene di foto; certe bottiglie, ricordo, recavano le foto dei vecchi contadini della zona o l’impronta delle loro mani; i campioni dei vini, venivano mandati alle prime riviste online. Addirittura, tutta questa originalità  finì forse per nuocere, spostando l’attenzione dal vino all’involucro e alla comunicazione. Peccato, perché il vino in sé era serio, e  si scostava abbastanza dagli schemi dell’epoca, con una produzione curata e di qualità: grande attenzione ai vitigni autoctoni, anche minori, uso estensivo di moderni tini di legno troncoconici con controllo delle temperature, uso misurato e consapevole delle barrique. Al punto che, sono sicuro, se facessimo un sondaggio, chi all’epoca beveva Dievole negli anni si è accostato a vini artigianali, naturali o basati sui vitigni autoctoni; chi beveva, per dire, il Bruciato di Antinori, è rimasto legato alle grandi produzioni e a uno stile più “internazionale” .
A me i Chianti Classico di Dievole piacevano molto. Mi pareva fossero davvero Chianti degni di questo nome, per il valido profilo sensoriale, che non aveva né la magrezza di certe produzioni, né quelle note esplicite di uve straniere e quelle morbidezze incongrue che altri avevano. Difatti ne comprai diverse bottiglie e li consigliai a mio padre, che aveva ancora il ristorante all’epoca: lui, per una volta, mi ascoltò, forse convinto dai vini stessi più che dalle mie parole.
Qualcuna di quelle primissime bottiglie rimase al buio nella mia piccola cantina toscana, appositamente, per il piacere di risentirla più in là negli anni. E perciò  l’assaggio oggi alla prova del tempo questo Chianti Classico del 1997, annata che venne salutata con grandi elogi, ma che ora si dice sovrastimata. In questo vino stanno: sangiovese, canaiolo, colorino e, a memoria mia, anche malvasia nera. Il suo colore è granato profondo, limpido, con gocciole molto fitte, regolari, veloci; ne parte poi una seconda ondata, e sono più rade e più lente. Il suo profumo, dopo vent’anni, è molto intenso ed ancora in sviluppo, molto complesso: viole appassite, susine mature, amarene, lamponi; anche un bel po’ di frutta nera: mirtilli e more di rovo; arancia – elegante- e melograno; una speziatura raffinata di noce moscata e chiodo di garofano; spunti balsamici: mentolo,  alloro, erbe medicinali, foglie e bacche di cipresso.  Vi sono poi, evidenti ma in equilibrio, i profumi più tipici dell’ invecchiamento, più ombrosi e segreti: il muschio, il fungo porcino, la terra bagnata, la ruggine, il ferro, la ghisa. A mio vedere, le stigmate del Sangiovese ci sono, eccome, ed anche quelle della Berardenga, che, almeno nella mia minuta esperienza , regala i Chianti Classico più ampi e più fitti. Difatti il sorso è pieno e, incredibilmente per l’età, ancora molto succoso, fresco e scorrevole; eppure è di gran corpo, con un tannino ancora molto presente, ma maturo e insieme croccante. Certamente la snellezza di beva si giova di un tenore alcolico di 12,5 gradi, quale oggi si stenta a trovare, tuttavia la sua acidità altissima, e la sua grande salinità, lo spingono verso un finale lunghissimo, equilibrato, proporzionato e franco nel passare nuovamente in rassegna tutti gli aromi, in un ultimo saluto che non sembra finire mai. Complessità, eleganza e scatto: verrebbe quasi da accostarlo a un Barbaresco invecchiato, per spiegare il genere, se non avesse qualche cosa di profondamente terragno, carnale , etrusco. Prosit, con questo vino che, pur figlio del suo tempo,  forse meritava maggiore considerazione per ciò che era e ciò che ha fatto, crescendo tanti di noi. Non so la nuova proprietà come gestisca l’azienda: magari benissimo; a quel Mario svizzero però, che di cognome faceva Schwenn e che si firmava “ di Dievole” nelle comunicazioni, che aveva solo 21 anni quando a Dievole aveva cominciato a coltivare il suo sogno, un bel grazie per quel progetto un po’ matto e visionario bisognerebbe dirglielo.

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