Moscato d’Autunno Piemonte IGP 2010, Saracco, 5,5 gradi.

image

Se ne può parlare, si può trovargli mille abbinamenti, ma inutile negarlo: al Moscato spumante o frizzante che fosse, rimane un posto d’onore durante le feste. Nè io mi sono esentato dal goderne in questo Natale. In realtà, se vado indietro nella memoria ai Natale di quando ero bambino, non ne ricordo uno che non fosse rallegrato, a fine pasto, da un Moscato astigiano o talvolta dell’Oltrepo’ (solo da adulto ho conosciuto quelli deliziosi e ricchi dei Colli Eugenei).
La sua leggerezza, il colore candido di fata eterea, la spuma che sembrava imbiancarlo come la neve le fronde dell’albero natalizio e la capanna del presepe, lo rendeva perfetto per l’occasione. Era ancora l’Italia che sentiva l’onda lunga del boom, che andava alla Fiera Campionaria orgogliosa dei suoi prodotti e delle sua produttività. Quel Moscato che ricordo, io forse, era quello delle grandi marche, quello dell’industria del vino e dei liquori di Asti, ma andava bene così allora: era la cristallizzazione liquida di una certa idea di benessere.
Poi, però, l’interesse per quel tipo di Moscato andò in me via via scemando e m’orientai verso altre scoperte. Magari era per la qualità stessa di quel vino , man mano che divenivo un bevitore più smaliziato: così pallido, quasi anemico; così dolce e prevedibilmente unidimensionale. Magari, invece, era solo un segno dei tempi: l’Italia del boom era davvero finita.
Ricordo però una sera d’autunno, molti anni addietro, una riunione di lavoro con gli allora massimi vertici aziendali, in un bellissimo albergo tra le colline del Monferrato, che non saprei più nominare, né ricordare: una cena buonissima, tipica, durante la quale ci servirono un eccellente Grignolino ed, a fine pasto, con una certa mia sorpresa un Moscato mosso. “Ma come”, pensai, “Natale non è alle porte”. Non ricordo con che cosa lo abbinarono, forse una torta di nocciole con la crema, ma quel Moscato mi parve scioccante: una simile esplosione di profumi, una tale complessità, quelle pienezza alla vista e al gusto in un Moscato io non l’avevo mai sentita. Mi feci portare la bottiglia dal sommelier: era il Moscato d’Autunno di Saracco. E quel vino eccellente cambiò dal giorno alla notte la mia percezione della tipologia, perché aveva messo un segno: ecco dove si poteva arrivare col Moscato. Scoprii poi tante altre piccole e pregevoli produzioni, la viticoltura quasi eroica sulle alture ripidissime e scoscese di Castiglione Tinella e Santo Stefano Belbo,  ma il Moscato d’autunno di Saracco rimase per me la pietra di paragone imprescindibile; e lo è tuttora, a distanza di anni e di tanti assaggi. Arrivai a conoscerlo, Paolo Saracco, a uno tra i primi mercati FIVI: un signore minuto, riservato e garbato, ma evidentemente energico e fiero del suo lavoro, con una passione particolare, personale, per il Pinot Nero, che difatti coltiva e produce. Mi si dice, anche, lui si stato  guida e stimolo per altri vignaioli della zona, per contrastare le logiche industriali e tornare a produrre un Moscato più autentico; lui, mi si dice, in una zona dove il diserbo chimico era e spesso è ancora la norma, il primo a muoversi verso un’agricoltura sostenibile; lui, raccogliendo negli anni  diversi appezzamenti di vigne, a formare un mosaico colorato che è composto di strati di sabbia, limo e calcare, tra i 250 e i 500 metri sul livello del mare, che sarebbe curioso poter un giorno assaggiare individualmente, per cru,
Mi incapricciai, un giorno, di scoprire  la tenuta del suo Moscato d’Autunno: di verificare come potesse evolvere, come il tempo, compiendo il suo giro, potesse mutarne l’aspetto, se l’esaltasse o gli potesse nuocere.
Cosi, ne tenni da parte una bottiglia dell’annata 2010, in una cantina discreta. Per queste feste, frugando tra i cartoni, l’ho trovata e mi sono deciso: sette anni potevan bastare per la mia prova.
E quindi, oggi, giorno di Natale, l’ho aperta a fine pasto per accompagnare un panettone artigianale. Ero fiducioso, perché negli anni ho imparato che un buon Moscato sa uscire vittorioso alla sfida del tempo; però questa non era una bottiglia affinata nella cantina del produttore e con tutte le cure del caso conservata, ma aveva trascorso, per così dire, la sua vita sugli scudi.
Cavatappi alla mano, il tappo si trancia, di netto a metà: un taglio precisissimo, da raggio laser. “Ahi, ahi”, penso. Con pazienza e cura estraggo il moncherino rimasto nel collo della bottiglia, poi  lo verso nei calici ed è come veder sorgere l’arcobaleno dopo la pioggia: la sua luce ed il profumo che si spande nella stanza illuminata dal camino acceso. Bellissimo nel suo color limone carico, con una mousse che già alla vista è finissima, delicata e cremosa. Nemmeno importa accostare il calice al naso, per goderne, tanto è intensa la sua aromaticità: irradia nell’aria fiori: mimose e sambuco;  agrumi canditi: cedro, chinotto, mandarino, arancia; mele: gialle e cotogne; zafferano, curcuma e zenzero; muschio e tanta botrite, così che ricorda un po’ i Riesling trockenbeerenauslese, i Sautern, i Cotes du Layon, ma con tanta più freschezza, con quella grazia leggera del barocchetto e del rococò piemontese, oppure di tanta architettura ottocentesca locale, quella della borghesia delle piccole cose che , viste con l’occhio d’oggi, sono di ottimo gusto. Assaggiandolo, è sorprendentemente pieno, ma rimane un vino di alata leggerezza: si  libra su un’acidità altissima ed una salinità superiore alla media e perciò, malgrado sia dolcissimo, spicca il volo: sorridendo ti porge il suo sapore concentratissimo e rispondente, svolgendolo sul palato melodioso una nota dopo l’altra, con gli agrumi e la mela cotogna in evidenza, e la crema pasticciera e la botrite nel retrolfatto, con un riverberare ulteriore moscato e fungino,  rimanendo lunghissimo a soddisfare e accompagnare un momento di gioia e piacere. Dopo sette anni, quindi, un vino ancora buonissimo, forse ancora più ricco e suadente, seducente come una dama ideale e senza tempo. Il mio abbinamento, oggi, è stato d’ordinanza, ma ad averne ancora lo proverei volentieri sui formaggi, magari erboranti e piccanti: un bel Gorgonzola di qualità; oppure, perché no, su qualche complessa preparazione orientale oppure, tratta, se hai voglia di sperimentare -amica, amico che mi leggi- da qualche ricettario del Trecento. Cin cin, amica o amico che mi leggi, e buon Natale. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...