Colli orientali del Friuli Sauvignon 2007, Gigante, 13,5 gradi.

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Tra i vini bianchi il Sauvignon è forse quello più unanimemente inteso sotto la marca della freschezza:  di esempi ne sono pieni gli scaffali di qualunque ben fornita enoteca internazionale, spaziando da interpretazioni cilene a sudafricane a australiane a neozelandesi a argentine a americane, oltre a quelle tradizionalmente francesi. Non mancano -sebbene abbiano sempre da prender piede in Occidente-  quelle cinesi o Indiane. 

Gli Italiani, ovviamente non son mai stati a guardare.

Il profilo per lo più è quello (ma non sempre): grandi profumi giovanili, al limite dello psichedelico, e acidità sostenute, al limite del viperino. 

Allora, ha senso assaggiare un Sauvignon di otto anni? Ha senso parlarne dopo altri due anni, riesumando le note del 23 aprile del 2015? Ha senso cercarvi anche un’anima territoriale?
Forse: se -amica o amico che mi leggi- hai voglia di venir con me e scavare sotto la superficie e cercarvi tracce e indizi, come tu fossi il protagonista di un giallo, che segue una pista oscura; o  come il restauratore che svela lacerti di affresco sotto alla calce; oppure come un monaco che con pazienza infinita al buio della biblioteca cerca un testo perduto sotto un palinsesto; se – amica o amico che mi leggi – il territorio è quello forte e severo dei Colli Orientali del Friuli, con le loro piogge abbondanti, ma anche con la loro luce che sa essere sorprendentemente cristallina, con le loro brezze che si incrociano tra le montagne e il mare; se -amica o amico che mi leggi- il produttore è di quelli solidi e con la mano sicura, come Gigante. 

Ecco questo Sauvignon, che è un vino di quelli che si comprano e si bevono senza troppi pensieri, costruiti per essere amici e non per stupire.
E però, dopo 8 anni, lo trovai limone carico, con lacrime lente e poco evidenti, ed un’esplosione di profumi al naso: buccia di limone, cedro, mela verde, salvia asparago, erba cipollina, albicocca e pesca bianca, non troppo mature, note di frutta candita, lichi, frutto della passione. Sorprendentemente, tuttavia, l’insieme tendeva alle tinte calde o,meglio, era in grado di evocare il tepore dell’inizio della primavera. Al sorso, trovai il suo corpo medio, con un’acidità ancora alta, saporito e definito con la precisione di una pietra preziosa: un diamante. Con un tocco un po’ ruvido o scabro sul palato, l’irradiavano tocchi salino-minerali, per una persistenza superiore alla media, un po’ sforata dall’alcol. Ecco che alla freddezza della gioventù, quella che spesso si sente in tanti Sauvignon, aveva sostituito un calore in grado di donargli profondità senza alcun tono artificioso o barriera ad un naturale eloquio. Ma i vini friulani sono mai freddi? Semmai sono un po’ sulle loro, come i friulani stessi, che hanno solo bisogno di un po’ di tempo per aprirsi. Era perfetto sul San Daniele e, presumo, lo sarebbe stato sul frico. L’avrei osato anche sulle ostriche, potendo, per associare complessità a complessità, aroma ad aroma.

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