Ridgeview Cavendish 2011, 12 gradi

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Ci sono momenti nei quali è giusto e bello fermarsi e voltarsi indietro: esercizio forse nostalgico e sottilmente malinconico, ma  in fondo utile e fors’anche necessario; adatto ai giorni del Natale, che ispirano un ripiegamento intimo.
Mi volgo indietro e misuro la strada percorsa. Nel mio frugare trovo alcune vecchie note di assaggio relative a uno spumante metodo classico britannico: sono del 19 settembre del 2014; tuttavia mi sento di proportele – amica o amico che mi leggi- perché parlano di un vino che ritengo interessante e ricordano un pezzetto della mia vita. Questo, in fondo, il senso del mio scrivere delle bottiglie mie: fermo un istante cullandomi nel sentimento del tempo, senza guardare all’attualità.
Vivevo allora in Inghilterra e le produzioni locali mi incuriosivano e vieppiù quei metodo classico che avevo sentito tanto decantare e che sapevo avevano riscosso ampi consensi e premi sorprendenti. In fondo, il freddo clima inglese si adatta assai meglio alla tipologia spumante che ai vini fermi; e i suoli,  frequentemente così calcarei, clamorosamente bianchi (li vedevo in pareti rocciose passando col treno tra Reading ed Oxford lungo la valle del Tamigi, all’altezza di Pangbourne e della collina Whitchurch Hill), sono spesso una continuazione di quelli che si trovano Oltremanica, in Chablis e in Champagne.
Avevo già assaggiati alcuni metodo classico locali davvero validi, come quelli dell’azienda Nyetimber, ma a conquistarmi furono soprattutto quelli di Ridgeview,  e primo fra tutti questo Cavendish, un classico taglio di Pinot Noir, Pinot Meunier, Chardonnay – appunto, alla maniera dello Champagne più classico e didattico.
Era quasi dorato allo sguardo, con bolle fini e cremose , di buona persistenza. Trovai l’aroma di intensità superiore alla media, nitido e complesso: con tanti frutti neri, un tocco di cedro e di mela cotogna e, in quantità: lievito, biscotti, burro, nocciola, noce moscata. A sorprendermi però fu soprattutto il sorso: appena off-dry, pieno, corposo,  salato, con un’acidità assassina che non perdona e che assicura una spinta notevolissime, quasi una folle corsa con l’acceleratore sempre schiacciato, alla maniera di un Nigel Mansell impazzito. Magari non complessissimo nell’articolazione questo Cavendish, ma con una buona lunghezza ed una persistenza salata che contrasta con un riverbero di gusto che nell’insieme evoca ancora la mela cotogna e quasi – direi-i cantucci toscani e la pasta di mandorle, ed ancora tanto lievito . Un metodo classico tosto, scuro, con una sua grandeur britannica, in grado di reggere l’abbinamento persino con costine di agnello alla griglia (e che delizia!). Forse non perfetto ed elegante come i cugini francesi, ma maschio ed di gran spessore. Carattere, quello è: indimenticabile.

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