Spumante metodo classico Asprinio d’Aversa DOP Priezza, Masseria Campito, 11,5 gradi.

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La sorte dell’Asprino d’Aversa è paradossale. Vino storicissimo, come pochi altri vanta citazioni letterarie di alto livello ed entusiastiche: indimenticabili quelle di Paolo Monelli, di Luigi Veronelli, di Mario Soldati; tre mammasantissima, come dicono a Napoli. Ed, appunto, anticamente l’Asprinio era il bianco per antonomasia della città partenopea, che si accattava ghiacciato dai vinai nelle grotte ad una lira e venti centesimi al litro: così negli gli Anni Trenta si combattevano la sete e la calura. Eppure già qualche cosa doveva essere andato storto se Soldati, negli anni Sessanta, si stupiva commosso finalmente trovando da assaggiare l’Asprino presso un oscuro vinaio sulla Riviera di Chiaia. Oggi la situazione è quasi drammatica , se mi si dice che gli ettari di questo vitigno nell’agro aversano calano di anno in anno, col rischio di veder scomparire per sempre le monumentali alberate: viti allevate in filari, alte come pioppi ed ad essi maritate,  coltivate secondo forma antichissima, italica, etrusca o forse pre-etrusca: ci vogliono le scale per vendemmiarle ed una vocazione da uomini ragno. In verità la maggior parte della coltura oggi è bassa, nei canonici filari a guyot, ma è proprio la vite dell’Asprinio che rischia di scomparire, per mancanza di domanda del vino. La moda predilige oggi altri prodotti, come la più concessiva Falanghina, ubiqua in Campania. Perché, dal suo nome l’avrai capito, l’Asprinio tutto è fuor che un vino che indulga in mollezze. Però frecce nell’arco ne avrebbe assai, proprio partendo da quelle sue doti che son croce e delizia: l’acidità indomita, la secchezza assoluta, il corpo tenue, la delicatezza aromatica, l’alcolicità ridotta. Qualità queste che possono risultar gradite ad un buon numero di bevitori contemporanei, direi quasi postmoderni, se non addirittura futuribili; ad oggi, comunque, pur sempre una nicchia, seppur cospicua. Tuttavia, quelle caratteristiche poc’anzi menzionate sono doti tecniche perfette, anzi,  veri assi pigliatutto se legati proprio a un’altra moda, quella dei vini spumanti. Difatti da anni i produttori locali lo spumantizzano, con esiti più o meno felici, ma con una visibilità  ahimè molto limitata. Questo Metodo Classico di Masseria Campito mi pare una riuscita eccellente, che non china il capo di fronte a nessunissimo Metodo Classico, parlando in termini generici: nel senso che è un Metodo Classico nobilissimo e di pura razza, sebbene il suo territorio con le vigne in pianura a 50 metri sul livello del mare, a quella latitudine così meridionale, praticamente l’opposto di quello dello Champagne,  possa far temere qualche deriva pretenziosa. Già il suo colore è bello e originale, limone carico o paglierino carico, con riflessi dorati. Ha un  profumo nitido e intenso, dominato dai limoni di Sorrento, ammorbidito da miele di fiori di limone e d’arancio, reso arioso da qualche cenno vegetale come di salvia e basilico fresco, connotato forse anche una lievissima speziatura di noce moscata. I profumi riconducibili all’uva sono in equilibrio ed in ottima integrazione coi sentori classici dei lieviti della spumantizzazione: la crosta di pane, le nocciole fresche. La spuma – pardon: la  mousse- è cremosa, il sorso  ampio e scattante, ingannatore: se il corpo medio, è la concentrazione del sapore superiore alla media ad amplificarne l’apparenza, e l’acidità taglientissima dell’Asprinio completa il gioco di prestigio: essa non fa sconti,  ma qui rinfresca alla perfezione l’assetto gustativo, e spinge sul palato, fornendo eleganza e un passo sicuro. In più, possiede una certa  salinitá ed una buona lunghezza. Pur essendo uno spumante che risolutamente tocca le corde della freschezza, è molto più complesso ed elegante di quel che ci si possa aspettare. Ecco allora che questa miscela riuscita, spinta dalla forza motrice incredibile dell’alta acidità dell’Asprinio, ne fa davvero un’ alternativa credibile a certi Champagne dritti come fusi, benché nel corpo e nei sapori emerga tutta l’anima sua mediterranea. Sorridendo,  rifletto che l’insinuazione di Monelli nel suo venerando testo “Il ghiottone errante” che di Asprino ne venisse mandato assai in Francia per farne Champagne, non fosse solo una battuta legata a quei tempi lontani di orgoglio italico e di autarchico regime.

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