Etna Bianco 2013, Valcerasa Azienda Agricola Bonaccorsi, 13 gradi.

 
Giallo, blu e nero: si può un vino riassumere in tre colori?   Dunque, un po’ di storia su questa bottiglia  (storia minutissima eh, amica o amico che mi leggi): il vino l’assaggiai alla benemerita manifestazione “La Terra Trema”, che si tiene al Leoncavallo di Milano; sarà stato il 2014 o il 2015. Mi piacque assai questo bianco etneo, un carricante in purezza che viene da vigne alte, 850 metri sul livello del mare, che sono quote quasi alpine: fossimo al nord, a stento si coltiverebbe la vite così in alto. Me lo ricordo di un color giallo tenue, un po’ verdino nei riflessi, e genericamente di gran sapore; per il resto, sono passati troppi anni. Bene: ne comperai una bottiglia, che venne lasciata qualche anno nel mio ripostiglio domestico milanese mentre io stavo ancora in Inghilterra; poi ancora in attesa lì al caldo (oh, se è stata calda l’ultima estate) , infine qualche mese in frigorifero; che – prova provata- non insidia tanto il vino per la formazione di precipitati e di depositi, ma per gli effetti sul tappo, che diventa rigido per via delle basse temperature, e perde tenuta ossidando il vino. Insomma: non un trattamento principesco, e qualche dubbio sulla tenuta di questo Etna Bianco di 4 anni l’avevo, contando anche che l’azienda segue pratiche di cantina poco interventiste e dunque il vino è nudo agli attacchi del tempo. Ebbene: oggi 1 ottobre ‘17, mi prospettano e preparano un’ottima pasta di grano saraceno con pomodorini di Pachino, mazzancolle e funghi porcini. Mi ricordo del vino etneo che giace in frigorifero. Non sono sicuro della riuscita con l’abbinamento, sebbene la supposta evoluzione e l’auspicata complessità mi rendano fiducioso,  ma lo piglio e lo apro. Cavo il tappo di sughero intero, che con fatica esce ed uscendo produce un bel “bum!” di buon auspicio, lo verso nel calice, rapidamente l’osservo e l’annuso, e cado metaforicamente in ginocchio, folgorato. Un vino buonissimo, forse il più buono assaggiato negli ultimo mese; forse, a ben pensarci, uno dei più buoni in assoluto, e stop. A descriverlo per sommi capi e con l’accetta ad un amico straniero, gli direi che è un misto di uno Chardonnay di gran cru borgognone e di un Riesling della Mosella secco, entrambi invecchiati qualche anno, non più giovani ma non tanto in là con l’evoluzione: ha la prestanza dell’uno e la  lievità fresca e pura dell’altro, di ambedue la complessità, ma calate in un fiato terso e solare. Oggi ha un color giallo limone deciso, con ancora qualche riflesso verdolino, mi si suggerisce correttamente; con lacrime molto lente, irregolari, poco durevoli.  Profumo potentissimo: un’immersione nella mediterraneità, un’emozione vulcanica: fiori gialli e agrumi: mimose, zagare, limoni, cedri, pompelmi maturi, di una matericità concreta che non conosce timidezze: questo il colore giallo, che subito si manifesta e s’imprime nella mente, reclamando a gran voce la sua identità territoriale. Poi, come calando radici verticali nella zolla, vi senti il vulcano, le masse laviche ormai fredde, coagulat, dure, e  le sabbie cineree e disciolte: zolfo e idrocarburo, evidenti e senza filtri. Questo il colore nero, quello della sua terra; smorzato un poco, ad evitare ogni accento volgare, da note gentili di mandorla fresca e marzapane, quasi candide lumeggiature, nulla più che abbellimenti sulla melodia di un Vincenzo Bellini. Il colore blu è la misteriosa ariosità dei suoi profumi, quel senso di mare presente ovunque sull’Etna anche quando non lo vedi, che incombe come tra le note dell’Idomeneo mozartiano; di una mineralità salina e verace che sa di risacca, di scoglio, di ostriche e di vongole.  Aggiungerei, forse, una sfumatura verde fresca e innocente, di erbette, insalate, ruchette, forse di ruta e alloro, di un nonnulla di tenero e fresco: ma è un niente, solo il tocco sapiente di un pittore che spezza gli spazi monocromi per esaltarne a contrasto più ancora il tono. La bocca è liquida conferma algebrica, l’amplificazione al quadrato delle virtù divinate all’olfatto: il corpo nitidissimo, preciso e misurato, superiore alla media per dimensione geometrica ma lievissimo per consistenza tattile, con un’acidità altissima, davvero quasi da Riesling, ed una ampiezza dorata , lucente e quasi solenne,  che è tutta gusto rispondente e marcatissimo. Fluisce musicale, compatto e deciso, danzante su una salinità marcata che l’increspa agile come mosso dal vento, verso un finale lunghissimo e pulito, che riflette la secchezza del suo attacco al palato, che è immediata e che perdura nella sua  progressione sicura, vibrante, luminosa, irradiante come il sole che batte a picco sulle rovine greche e normanne, evidenziandone di rimando i più eleganti chiaroscuri. Un finale, quello di questo Valcerasa, non solo  lunghissimo, ma commovente, che ha quasi in fondo una nota  di oliva verde che ne cancella felicemente ogni tocco glamour, per una più vera, autentica e solare terragna dimensione.
Da bere e ribere, con la vergogna e l’orgoglio di una bottiglia esaurita quasi da solo, nel tempo di un Pater (e sia ringraziato, appunto, per vini così). Assai ci sarebbe da dire sul valore dei vini del territorio etneo, innanzi a un simile esempio, ma meglio fermarsi qui e goderne in silenzio, con semplicità.

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