Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

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