Sangiovese Purosangue a Milano, 11-5-2017.

Prima decina di maggio 2017. Steso e sonnecchiante sul divano ricevo a pochi minuti di distanza l’invito da due amici produttori di Montalcino a partecipare ad un evento “Sangiovese Purosangue” organizzato in Milano dell’Enoclub Siena. Tema: il Rosso di Montalcino. Programma: seminario del grande Armando Castagno con 16 Rosso di Montalcino di vecchie annate, poi banchi di assaggio delle annate recenti coi produttori.
Ora, io l’evento l’avevo già visto annunciato, giudicandolo del massimo interesse, ma essendo a inviti e piuttosto riservato nulla avevo chiesto: non mi piace approfittare troppo delle amicizie. A quel punto, però, l’occasione ghiotta non potevo farmela scappare, non foss’altro che per salutare gli amici di Montalcino .

Poi, amica o amico che mi leggi, se un po’ mi conosci lo sai: io amo il Sangiovese ed il Rosso di Montalcino occupa nel mio cuore un posto particolare: quando mi ricapitava una simile teoria di vecchie annate? Detto, fatto: sistemo alcuni impegni di lavoro per ritagliarmi un paio di ore libere ed eccomi là, nella bella Sala Liberty dell’Osteria del Treno di via San Gregorio.

Mi permetto di utilizzare un poco le informazioni fornite da Armando – con qualche mia integrazione-  per inquadrarti che cos’è Montalcino e il suo Rosso.

Montalcino, lo saprai, sta su un colle relativamente  isolato del centro-sud della Toscana senese, stretto tra le piane della Val d’Arbia e della Val d’Orcia. In pratica è una macchia verde in mezzo alle Crete Senesi:  uno dei quattro versanti, quello a sud ovest,  è foresta demaniale. Il periplo del comune di Montalcino è di 93 chilometri: quella la dimensione e il limite della DOC del Rosso (e del Brunello, per inciso). Le altezze massime del territorio comunale arrivano a 621 metri, ma, com’è noto, la quota massima per ogni denominazione che porti il nome di Montalcino è 600 metri: oltre, i vini si possono marchiare Chianti dei Colli Senesi  o semplicemente si ricorre all’IGT; e, per la cronaca, la vigna più alta è posta a 606 metri e credo appartenga all’azienda Le Ragnaie. Non c’è invece un limite inferiore e recentemente è stata permessa l’irrigazione di soccorso.
Il mare dista una cinquantina di chilometri in linea d’aria e riesce a far sentire la sia influenza. Di norma, la zona è protetta da eccessive tempeste, ventosi e grandine dai massicci del Monte Amiata e del Monte Labbro ad esso contiguo. L’inversione termica assicura ventilazione e nottate fresche. Perciò, sebbene parte delle matrici geologiche assomiglino a quelle rinvenibili in Chianti Classico, spesso la luce ha una qualità marina e il clima è più mediterraneo e caldo; anche le esposizioni sono in genere più aperte ed assolate. Tuttavia non si può parlare di uniformità micro climatica: la zona dei Canalicchi e di Montosoli è relativamente fresca ; Sant’Angelo più calda; Torrenieri intermedia. Inoltre la variabilità dei suoli è notevolissima, creando una matrice geologica tra le più complesse tra tutti i distretti vinicoli al mondo. Ci sono argille sabbiose con inserti calcarei a nord est e a sud, mentre la geologia del centro della denominazione assomiglia al  Chianti Classico, con  galestro (argilloscisti) e calcari ( là detto alberese, qui palombino). Poi ci sono zone di arenaria (del tipo della pietra serena, tanto usata nelle architetture toscane, rinascimentali in specie), ad esempio subito fuori dal paese. Non mancano zone vulcaniche o, piuttosto, ricche di sedimenti vulcanici, soprattutto nell’area di rispetto del Monte Amiata, che com’è noto è un vulcano spento. Infine inserti silicei, dirimpetto ai fiumi. Come se non bastasse, il mare nelle sue convoluzioni millenarie di vai e vieni in epoche remotissime, ha in qualche modo ribaltato e mescolato il tutto come fosse un gelato variegato, aggiungendo sedimenti propri.  Appena fuori dal comune di Montalcino, invece, è tutta sabbia.
Questa complessità di climi e di suoli significa una cosa, all’atto pratico: l’annata conta e tanto più secondo la zona. Inoltre, sebbene in molti poderi il vino si sia fatto per secoli, ed il Consorzio venne istituito già nel 1965, il panorama produttivo è letteralmente esploso negli Anni ‘80 e ‘90, generando una varietà di stili che solo con i vini dell’ultima decade sembrerebbe ricomporsi.

Questa la mera descrizione, spero corretta e ragionevolmente esaustiva. Ma ti ho detto qualcosa della magia di quel colle irto di lecci e morbido di vigne, dello smagamento che provi quando sei lassù e domini un mare di campi biondi , mentre il vento ti muove i capelli e tu fossi l’ultimo popolano, l’oscuro impiegato, l’operaio stanco e annoiato, per un attimo hai la sensazione di essere il padrone del mondo? Per quello, non c’è scampo, i numeri non bastano a misurare, nè le parole a descrivere: a Montalcino ci devi andare.

Vacci e prima del Brunello di Montalcino, gustati un Rosso di Montalcino: ne resterai facilmente ammaliato. Per tanti anni vino cadetto, oggi sempre più produttori hanno la consapevolezza di poterne trarre un vino “altro”: l’espressione altissima di un Sangiovese in purezza giovane. Sangiovese, si badi bene, di Montalcino: val  la pena specificarlo non solo perché la denominazione ricalca quella del Brunello, più alcune altre aree comunque all’interno  del comune, ma per la grande variabilità e sensibilità che l’uva sangiovese possiede nel rendere in trasparenza il territorio che la nutre; a lasciarla parlare, ben inteso!  Il Rosso di Montalcino venne varato nel 1983 sotto la presidenza consortile di Enzo Tiezzi, con il chiaro intento di avere a disposizione un vino che fosse vendibile con un invecchiamento inferiore rispetto al Brunello di Montalcino, così da fare cassa: era un periodo di investimenti, nuove aziende si erano affacciate e diversi conferitori di uve si erano messi in proprio, perciò l’esigenza era ben viva. Inoltre, non tutte le vigne erano vecchie a sufficienza perché i vini potessero reggere l’invecchiamento richiesto a un Brunello di Montalcino. Fu un successo, al punto che altri distretti vinicoli presero l’idea a modello. L’ultima revisione del disciplinare è del 2014: per sommi capi, i punti chiave sono: solo i  terreni tra cretaceo e pliocene (che sono i più comuni in Italia); 100% Sangiovese di Montalcino; rese fino a 90 quintali per ettaro (contro gli 80 del Brunello, che non sono nemmeno pochi); commercializzazione consentita un anno dopo la vendemmia e non è richiesto l’affinamento in legno; acidità minima 5 per mille, 22 g/l estratto; non solo deve essere prodotto in zona, ma anche imbottigliato in zona, in bottiglia bordolese chiusa col tappo in sughero.

Giova ricordare che numerosi produttori l’affinano più del minimo consentito dal disciplinare, anche un paio d’anni, però una degustazione come questa, che copriva all’indietro fino a  17 annate, è evento rarissimo. Tanta la curiosità: come regge l’invecchiamento questo vino pensato per un consumo giovane? Risposta: magnificamente, se benfatto.  Inoltre, i sedici vini degustati sono altrettante mani ed altrettante idee di Rosso di Montalcino; ancor più, sono figli di zone diverse del territorio, singolarmente imbottigliate o tagliate ad arte, come da tradizione.

Eccoli qui, come li ho assaggiati, in rigoroso ordine di apparizione, in degustazione seduta, guidata da Armando, con gli interventi dei produttori stessi. E, amica o amico che mi leggi, assaggiare, ascoltare e prender nota insieme è stato un lavoro non facile, ma piacevolissimo: mi scuserai perciò qualche errore!

1) Casisano Tommasi 2015 L’azienda è di proprietà della famiglia Tommasi e si trova nella zona sud est, verso Sant’Antimo. Un vino fresco, lieve, dal profumo  aperto come lo sono in genere i Rossi di Montalcino 2015, con una concentrazione di gusto superiore alla media e rispondente all’olfatto. Vino di corpo, è salino, ha un tannino notevole e una buona lunghezza. Soprattutto si nota e ricorda per freschezza e grazia.

2) Fattoi 2015 . Dei vini di Fattoi, azienda familiare e artigianale che sta nella zona di Santa Restituta, sono appassionato. Son vini inconfondibili, boschivi ed anche in questo ritrovo la profondità  solita di Fattoi, quelle note scure petrolifere, minerali, e soprattutto boschive, nel senso degli aromi di corteccia, di foglie vive di macchia e cadute a terra. Nel retrolfatto discerno persino note di tè, insieme a cannella e menta. Ha gran corpo, struttura, acidità, lunghezza, complessità, ed una peculiarissima tessitura: fosse una stoffa, sarebbe un tweed.

3) Fattoria dei Barbi 2015. Il Rosso di Montalcino di una tra le cantine della denominazione maggiori per storia e per dimensioni. Questo Rosso, che si ricava da vigneti appositi e da viti giovani, è particolarmente interessante: in esso l’acciaio e il vetro giocano un ruolo importante  per l’affinamento, sebbene  passi in legno un paio di mesi, segno che si ricerca una certa snellezza di beva. Ha un profumo riservato, ma fine e puntillista, che emerge in luce da una penombra,con ciliegia ed erbe in evidenza. Alla bocca è soffice, morbido, ma pregnante: fresco, erbaceo, con una bella sapidità , di corpo medio ed un tannino di spessore e grintoso, un’acidità piuttosto decisa ed una discreta lunghezza.

4) Lisini 2015. Il Rosso di Montalcino di Lisini, altra azienda storica e tradizionale, non non nasce mai da declassamento di Brunello: segno di un progetto specifico, che prevede un anno di affinamento in botte; un tempo usavano quelle in castagno, ma ormai, per la loro scarsa reperibilità, si è passati al rovere. Il profumo è personale e antico, ampio e signorile, molto sfaccettato al naso: odore di carne, ematico, di spezie da norcineria; poi, con un po’ di attesa, frutta rossa viva: tonda,  polposa, e femminile, anzi, femmina. Ci sono anche note anche floreali, un fondo affumicato e di pellame, lievissimo. In bocca è ampio e suadente, di gran corpo, con un’acidità perfettamente integrata , il tannino dolce e forte, molto lungo.

5) Pietroso 2015. L’azienda si trova appena a sud ovest del paese, in mezzo si boschi, che creano un microclima particolarmente fresco in relazione alla zona. Come spiega Cecilia Brandini,  diverse parcelle sono vinificate separatamente, lasciandole  in acciaio per 4 settimane,  poi per qualche mese in tonneau; si effettua quindi il taglio, che viene affinato 1 anno in legno grande. Io trovo in questo vino un  frutto fresco, quasi chinotto, e arancia; e spezie: pepe.  Bellissimo già al colore, l’assaggio ed è compatto, fresco, pieno di corpo ma affusolato, salinissimo, con un’alta acidità ed un gran tannino perfettamente integrato ed un finale assai lungo, preciso, bilanciato. Un vino splendente e da bere a secchi.

6) Ventolaio 2015. Altra azienda artigianale, che sta dalle parti di Sant’Antimo fronteggiando il Monte Amiata. Per questo Rosso di Montalcino il 50 per cento della massa affina in botte grande,  il resto in tonneau. Un vino elegante dal profumo lirico, che tocca tutti i registri: agrume dolce, quasi con un tocco mou, ed erbaceo.  Setoso in bocca, bilanciatissimo e avvolgente, ribadisce nel finale di buona lunghezza e con scie minerali, la sua classe .

7) Poggio di Sotto 2014. Li ho  amati i grandi vini di Poggio di Sotto, ed anche se ritengo che lo stile sia percettibilmente cambiato nelle annate a partire dalla 2012, questo Rosso resta sempre un gran bel bere: dal colore trasparente e scarico, all’olfatto elegante, floreale e di erbe fresche, trasmette tuttavia una sensazione di maturità,  con un tocco di aldeidi che aggiunge tridimensionalità. Il sorso è lieve,  salino, il tannino finissimo ma il corpo è notevole, con una grande acidità ben distribuita, equilibratissimo, di gusto concentrato, un tocco curioso di caramella  mou.

8) Baricci 2012. Azienda storica, sita a nord-est, nella zona alta del  cru Montosoli detta Il  colombaio. La storia è di quelle belle: Nello Baricci alla fine della mezzadria decise di non lasciare la terra e comperò con grandi sacrifici quel podere, perché sapeva che da sempre era considerato culla di vini buoni.   Nello Baricci, recentemente scomparso ultranovantenne, fu poi il primo firmatario dell’atto costitutivo del Consorzio del Brunello di Montalcino. I suoi discendenti ne continuano l’opera mirabilmente e questo Rosso di Montalcino lo conferma. Affinato 20 mesi in botti di rovere di Slavonia  20 ettolitri (il Brunello, per riferimento, 40 mesi), ha una solennità luminosa e verticale da Madonna su fondo oro inquadrata nel suo baldacchino gotico. Il suo profumo è di frutto rosso ma scuro, antico (per usare una sinestesia), come fosse sangue di bue; un profumo alto, boschivo di erbe di montagna, ma calde e baciate dal sole, con sfumature di tabacco. Un vino rotondo e corposo, ma soprattutto pieno, dalla maglia fitta e carnosa, con tannino potente ma bellissimo, per un sorso scorrevole e contempo sontuoso.

9) Le Potazzine 2011. L’azienda sta a Le Prata, zona elevata e relativamente fresca, che si traduce in vini eleganti e rarefatti, di beva slanciata, grazie anche alla grande consapevolezza stilistica che caratterizza la mano in cantina, dove si seguono metodi molto tradizionali: le macerazioni, ad esempio, sono di  25 – 30 giorni, con lieviti indigeni. Il vino, che esprime una grande intensità aromatica, è succoso già al naso, con quel giusto tocco di aldeidi che solo aggiunge, risultando quasi croccante all’olfatto, che è marcato da un frutto rosso centratissimo ed una spezia dolce da panforte. Il sorso è lunghissimo, e così naturalmente sciolto che invece di badar troppo a tannini ed acidità, mi verrebbe voglia di aver subito sottomano una tagliata al rosmarino, perché quella la sua affinità elettiva: la buona tavola.

10)  Tiezzi 2010. Altro produttore artigianale e storicissimo se si parla di Rosso di Montalcino: di Enzo Tiezzi la presidenza del Consorzio alla nascita di questa DOC e sua la messa a punto di vari aspetti tecnici del Disciplinare (anche se lui, modesto, si guarderebbe bene dal sbandierarlo). Il vino, che viene da vigne poste a nord-est nella zona dei Canalicchi, che hanno un’età compresa tra i 35 e i 47 anni, affina 1 anno in botti grandi di rovere di Slavonia,  da 10  a 40 ettolitri, effettuando tanti travasi, secondo uno stile tradizionalissimo. Ed infatti, anche qui, le aldeidi giocano un ruolo importante, incrementando  il senso prospettico e tridimensionale di questo Rosso, che possiede una grande complessità aromatica: spezie, erbe fini ( rosmarino soprattutto), un frutto rosso pieno e fresco, e poi elegantissimi chinotto e arancia, persino uva spina e fiori di sambuco. Al sorso è rotondo, ma mantiene una notevole grinta tannica; salinissimo, acidità superiore alla media, ma, per dir così, tutta spalmata e diffusa, aurorale e vibrante, con un vibrato stretto: fosse un violinista, sarebbe della scuola di Heifetz. Chiude con un bell’allungo, dove trovano spazio spunti mentolati.

11) Le Ragnaie 2009. Scarico ed affascinante al colore, come spesso capita  con i vini di questo produttore, che possiede alcuni tra i vigneti più alti della denominazione. Affinato per due anni in legno, ha un aroma segreto, boschivo, con un che di bagnato e di terraceo, come di humus, su un fondale che ha un lato fresco fruttato ed un altro più caldo ed evoluto. Ricorda quasi certi Madeira, non solo per le note boschive: c’è bergamotto, tabacco, pepe, e spezie da panforte. Il suo  tannino,  notevolissimo  per quantità e qualità, è po’ amaro forse. L’acidità spinge con forza superiore alla media. Si distende verso un finale bellissimo, dalla persistenza molto fruttata di ciliegia, e molto lunga.

12) Querce Bettina 2006. Vino antico per passo e profilo, già all’olfatto si intuisce di grande struttura. I caratteri evolutivi sono netti, ma tutt’ora in divenire. Vino in tutti gli aspetti potente: ricco, di grande corpo e impatto, pienissimo, quasi masticabile, di forza anche alcolica, tuttavia fresco e scorrevolissimo per tessitura.

13) Sanlorenzo 2005. Come ricordava il vignaiolo stesso, il caro amico Luciano Ciolfi, Sanlorenzo si è fatta conoscere prima per il Rosso di Montalcino che per il Brunello. L’annata d’esordio, se ben ricordo, fu il 2003. In effetti, i Rosso di Luciano hanno sempre una marcia in più rispetto ad altri della denominazione, e perciò bene si inseriscono  in questa rassegna: sarà la cura che lui mette in vigna e in cantina, sarà la capacità di leggere l’annata, sarà quel carattere unico di Sangiovese d’altura del sud della Toscana, ma davvero Sanlorenzo con le sue vigne raccolte in un fazzoletto d’ettari  costituisce a tutti gli effetti un Cru. Questo 2005, che ha la bellezza di 12 anni, offre all’olfatto  note di bosco quasi selvagge di foglie e di bacche,  e un po’ di farmyard, per dirla all’inglese. Salino al sorso, essenziale nel disegno, un po’ ruvido, minerale, gessoso, ha un fascino quasi montano, con un tocco elegantissimo di arancia sul finale.

14) Il Marroneto, Madonna delle Grazie 2004. Un vino che malgrado gli anni è sorprendentemente aperto e floreale, ma  al contempo molto classico composto. Il profumo è freschissimo, con tocchi quasi di sedano. Ovviamente è la frutta rossa a dominare, com’è giusto, al naso e in bocca.  Il sorso è potente, preciso come una lama,  con tanta forza minerale. Allunga con decisione e vi sento spiccato un gusto agrumato, fuso insieme alla susina fresca, colta sul filo della maturazione quando ancora scrocchia. Corpo e acidità non scherzano. In un certo senso non è un Rosso di Montalcino da tutti i giorni: vino di levatura e d’impegno, questo è.

15) Le Chiuse 2001. A Le Chiuse, si sa, tengono la longevità dei vini stimabile in sommo grado. Non stupisce perciò che questo splendido sedicenne sia fascinoso e in gran forma. Tendente al granato, ha un profumo dove dominano ciliegia e tabacco, e quella nota netta ematica e rugginosa distintiva di certo Sangiovese maturo. Possiede una bocca potente, di grande ampiezza, con  tannino  e acidità importantissimi ed un alcol quasi imponente, disegnando però sul palato una misura della levità, che si chiude su un lungo retrolfatto etereo.

16) Col d’Orcia 1998. Affinato in botti grandi e vecchie da 100-150 ettolitro, ha un color rubino tendente al granato. All’olfatto è ematico, con un frutto ancora vivo che bilancia le note più evoluto e classiche del Sangiovese invecchiato. L’impreziosiscono, come un intarsio, note nobili di cortecce, una speziatura dolce delicatissima e un agrume disegnato in punta di bulino. Molto sapido, come mi si dice lo siano parecchi ’98 in Toscana, ha un corpo di spazialità superiore alla media, un gran tannino ed un’acidità altrettanto imponente; ma ciò che stupisce è la lunga persistenza e più ancora la bevibilità, sciolta e straordinaria per un vino che ha quasi vent’anni.

Sedici campioni, sedici diverse espressioni di un territorio e di annate diverse e di diverse mani; ciascuno con la sua caratteristica e il suo fascino: l’uno piacevole e beverino, l’altro rarefatto e poetico, quell’altro meditativo e possente. Unico comun denominatore: la poesia, la felicità espressiva del Sangiovese di Montalcino in purezza, eccezionale giovane ed anche alla prova degli anni; soprattutto, la sua capacità di emozionare, anche sulle tavole di tutti i giorni, con cibi semplici e leggeri e a prezzi accessibili; e parliamo di uno dei massimi vini mondiali (sì, mondiali!). Per me, ciò che più mi importa, sempre più spesso il compagno fidato delle gioie e dei tormenti quotidiani.

Forse -chioso- perché come lui sono i miei amici di Montalcino: anime nobili, anime belle. 

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