Sec Symbole 2015, Le Sot de l’Ange Quentin Bourse – Touraine Azay-Le-Rideau, 11,5 gradi.

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Mi regalano questo vino della valle della Loira – ma non il produttore, eh: amici ! – e ne sono contento: mi piace lo Chenin Blanc e la valle della Loira dà normalmente vini freschi e reattivi, non voluttuosi magari, ma che si bevono di gusto per estinguere la voglia e la sete. Poi, la zona, nella sua ampiezza,  è una sorta di grande laboratorio a cielo aperto per pratiche di agricoltura ed enologia sostenibili: la biodinamica applicata al vino è qui che ha trovato le sue primissime manifestazioni ed un terreno fertile di produttori interessati. Poi, ricordo anche se nulla c’entra con la vocazione vitivinicola, che a Azay-Le-Rideau c’è un castello fatato e fiabesco,  con le mura candide, le torri a punta ed un fossato ancora pieno d’acqua nel quale può specchiarsi come Narciso.
La prima sorpresa l’ho col tappo, che è un sofisticato insieme di materiali plastici diversi: sia per ragioni tecniche o meramente estetiche, perdonami, non te lo so dire.
Che non sia un vino comune si capisce anche dal solo guardarlo nel calice: un paglierino estremamente carico che vira netto al dorato, con una quantità di sottilissime bolle di anidride carbonica intrappolate che lo fanno definire petillant. Un colore sorprendente per un 2015, nel senso di un po’ evoluto, che contrasta con quel “petillare” (mi si passi il neologismo) poi tipico di bianchi giovani. Il suo aroma è ben pulito, di media intensità, complesso, primariamente vegetale: rucola, ruta, finocchio , sedano. Poi un tocco di lichi e di cedro ed un senso vagamente iodato e marino, come di roccia e di alga, con  qualche spunto floreale di camomilla e tiglio, buccia di melone,  ed un fondo quasi di terriccio umido.  In bocca esprime un’acidità viperina con la quale non si può fare pace, in grado quasi di coprire ogni altra sensazione e sta in combutta con una secchezza rara, disseccante: vuoi la però la salinità, che pure non manca, vuoi il gusto stesso, che pure offre una piacevole tridimensionalità grazie a quei sentori di miele, di crema di nocciole e di arachidi, tipici a mio avviso degli chenin blanc locali invecchiati,  evidenti nel medio palato e nel retrogusto associati a qualche cenno affumicato e fungino, l’insieme ha un che di bizzarro e di artatamente ricercato, che contrasta col suo dichiararsi biodinamica.  Il finale poi è una sciabolata, con quell’acidità citrina e grifagna, abrasiva, che non conosce tregua, come i dannati di Dante: “La bufera infernal, che mai non resta/ma a gli spiriti con la sua rapina:/voltando e percotendo li molesta.” .  Lunghezza ce n’è, ma sempre su quella corda. Un vino un po’ concettuale e a teorema, dove si uniscono gioventù ed evoluzione in modo non armonico, quasi fosse una di quelle vetturette sportive degli anni novanta a trazione anteriore, che si guidavano un po’ come una biga perché il retro treno andava poco d’accordo con l’avantreno. Pure a tavola la disarmonia faticava a ricomporsi, dando alla fine il suo meglio sopra un’anguilla  affumicata. Forse l’oserei con gli scampi crudi. E tuttavia quest’idea di Chenin Blanc, tanto personale e individuale e lontana dalle mie corde, ho pensato, cara amica o amico che mi leggi, ti andasse raccontata: perché è un vino dialettico, col quale magari discutere senza trovarsi d’accordo.

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