Ribolla Gialla 2009,Venezia Giulia IGT, Dario Princic, 12,5 gradi.

 
La Ribolla Gialla di Dario Princic è stato il primo vino macerativo che ho assaggiato ed è un po’ come il primo amore: non si scorda mai. Fu poi il motivo, o piuttosto la molla, di un viaggio a Gorizia e più sù a Oslavia, per vederla dal vivo quella ponca donde nascono le uve dei suoi vini, cioè quel terreno misto di arenarie e marne stratificate. Lassù, oltre alla ponca, vidi l’Ossario dove riposano 57.741 militi vittime della Prima Guerra Mondiale. Riposano? Possono forse davvero riposare? Entrai in quella torre, una babele di nomi e date, una spirale a più piani di lapidi che urlano al cielo. Ne ricavai un senso di oppressione tale da dover uscire per respirare: avevo sentito vivo sulla carne il peso fisico del male. I morti, probabilmente riposano: già penarono e soffersero troppo. Chi resta non può aver pace e può solo provar vergogna di quel male che si alimenta di se stesso, come un dragone ritorto dalle mille spire che si morde la coda; né, a distanza di cent’anni, placa la sua fame: perché il male è dentro l’uomo.
Dario Princic ha un viso scolpito e squadrato, quasi intagliato nella pietra: esprime con pacatezza asciutta le sue convinzioni incrollabili, una durezza apparente che credo si stagli su un fondo di dolcezza umana; un volto che mi ricorda quello di un carissimo amico di famiglia goriziano, buono e sfortunato, venuto a mancare tanti anni fa. Dario Princic non lo incontrai quel giorno su a Oslavia. Era affaccendato con il figlio e altri parenti e amici attorno a una ruspa. Si respirava un’aria laboriosa e autentica: in una parola, friulana. Ci accolse la moglie, che ci narrò di come Oslavia fu distrutta dalla guerra e ricostruita più a valle, di come il fronte passasse tra le loro vigne o poco oltre, di come ogni generazione delle ultime cinque abbia parlato combinazioni di lingue diverse, un multilinguismo variamente assortito che ha compreso l’italiano, il tedesco e lo sloveno.
Per la loro storia, possono queste alture magre che hanno i monti alle spalle e a meridione si aprono verso il mare, assaporandone quasi la luce, dar vita a  vini convenzionali ?  Io credo fermamente che l’originalità innegabile dei vini di Oslavia sia in nuce un atto ribelle verso il mondo industriale e del possesso, un gesto agricolo ed artigiano che è il grido di riconquista di un senso diverso del tempo e della storia, uno scarto laterale verso un’altra direzione possibile. Fremito dell’uomo e fremito della terra stessa, che ritrovo nel colore ramato pallido e luminosissimo di questa Ribolla, che forma sul calice gocciole rade e rapide alle quali segue una seconda trina di gocciole più fitte  e più lente. Affascinante solo a vederlo, ha un profumo  molto intenso e molto complesso. Mi sorprende  perché, vista la sua tinta, lo immagino stanco e evoluto e invece è fresco, i sentori ossidativi di aldeidi presenti, ma ben fusi in un dominante profumo floreale arioso ed ancor giovane di acacia e biancospino, fresie bianche, mimosa, lavanda. C’è poi la frutta fresca, pesche e albicocche, arance, e cenni vaghi di quella candita. Torna il senso di  ariosità  con uno sfondo di erbe aromatiche secche e tritate (maggiorana, rosmarino, foglie di borrigine), una speziatura di noce moscata. Il sorso è una sferzata di energia e di freschezza,  con un gusto intenso, concentrato e vibrante, succoso, di estrema salinità e acidità, quasi una scarica elettrica. Il corpo è rimarchevole, lievemente tannico, ed ha lunga persistenza. Tuttavia ciò che rimane inciso nella memoria è un senso di naturalezza, di scioltezza in bocca, di una leggerezza ritmata; il senso  di un vino sano, persino salubre, soprattutto  libero nella sua rarefatta raffinatezza. L’ho goduto eccellente su un risotto di mare e molto buono su un rombo con capperi e pomodoro; però le sue caratteristiche oblique gli donano  una principesca flessibilità sulla tavola, accomodandosi, ne son certo, ai crostacei, alle carni bianche, ai più vari formaggi. Anche per questo mi vien voglia di dirtelo vino senza eguali.

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