Piedirosso Campi Flegrei DOC 2015, Le Cantine dell’Averno, 12,5 gradi.

I sogni del ginnasio, quando avevamo quindici anni e si leggeva l’Eneide; il Capo Miseno, la Sibilla Cumana e l’ingresso degli inferi: la grotta immensa protetta da quel lago Averno mefitico e nero, attorniato di boschi selvaggi , sul quale  per i miasmi esalati non volavano gli uccelli: “tuta lago nigro nemorunque tenebris/ quam super haud ullae poterant impune volantes / tendere iter pinnis: talis sese halitus atris /faucibus effundens supera ad convexas ferebat”.
Oggi, se ti rechi su quelle rive, il sentimento che ti governa è di trovarti piuttosto in un bucolico paradiso, un po’ malinconico con la sua distesa  d’acqua calma  quasi perfettamente circolare, dove si specchiano imponenti e tristi i ruderi di un ninfeo romano. Ciò che rimane intatta, però, è la suggestione profonda del luogo, il senso di stupore quando si cammina all’interno del cratere vulcanico, le cui alte falesie ospitano oggi lacerti di selva e colture bellissime e rigogliose, disposte a terrazze -molte abbandonate, purtroppo- via via che le sponde diventano ripidissime. Resta un sentimento sospeso del tempo, come di ombre che si aggirano tra le viti contorte, falanghina e piedirosso, allevate spesso in maniera antica, alta e quasi selvaggia. Resta, a ricordo del vulcano, la terra estremamente sciolta e sabbiosa, di ceneri e tufi erosi,  dove la fillossera muore e le viti sono perciò ancora franche di piede. Restano ancora, ad offrire il ricordo di quelle suggestioni antiche virgiliane, alcuni vini, come il Piedirosso di Cantine dell’Averno.  Questo 2015, rubino molto trasparente, tendente già quasi al granato, ha lacrime molto fitte, veloci, di media persistenza. Il suo profumo è intensissimo, di una vulcanicità quasi imbarazzante: fosse un colore, sarebbe quello cinereo e livido che la sabbia assume in certi punti attorno all’Averno, quasi metallico quando è abbagliata dal sole. È un profumo a un tempo arioso e scuro, intriso di una mineralità empireumatica, di fuoco che cova nelle profondità segrete. C’è la violetta, la frutta nera e rossa, ma selvatica, di rovo; fragoline di bosco, marasca e pepe nero,  polpa di mandarino;  e macchia, con un’intensa nota di origano quasi piccante,  ma una macchia tenebrosa, mediterranea, misteriosa, sulfurea. Per la sua speziatura naturale – giacchè questo vino conosce solo acciaio e vetro, non c’è contributo del legno- l’accosterei a un Syrah; ma forse di esso è più fine e certo più delicato, saporito e leggero, di una leggerezza aerea d’aura marina: sfidando i rossi del Rodano, li vince per levità. Tuttavia è lo zolfo la cifra marcante di questo vino, come uno spirito diabolico che attira e respinge, con una sensualità primordiale che parla una lingua antica di riti dimenticati, dionisiaci. Al sorso è lieve, per corpo e per alcol; secco e amaro; di gusto intenso, potentemente balsamico, con la mineralità sulfurea e metallica che ancora domina: nel retrolfatto  sembra quasi di percepire l’odore delle acque termali e delle rocce d’intorno, vagamente si potrebbe affermare che tra la marasca, il pepe e l’origano si insinuano gli odori della solfatara. La sua acidità è poco più che media ed ha tannino di grana fine e di media incisività, ma grintoso; possiede una buona persistenza; soprattutto però la sua potenza risiede nella salinità estrema, ed un po’ di carbonica ancora disciolta ne accentua la sensazione. Questo è un vino artigiano, verace, non perfetto, ma irresistibile per il carattere e la trasparenza con la quale restituisce un territorio unico – al limite dell’essere così caratteriale da non piacere a tutti. Lo immagino ideale sul coniglio, ma non lo disdegnerei su paste al sugo, su melanzane alla parmigiana, su un baccalà in umido e neppure sulla pizza. Per me  è stato buon compagno di un hamburger di chianina ed eccellente con un fusilli di grano saraceno al sugo di tonno.  Beneficia assai dell’essere servito fresco.

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