Naranis 2013, Francesco Poli, 13,5 gradi.

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Quando l’amico Carlo dell’enoteca Cattaneo di Carate Brianza mi propose di acquistare questo vino, confesso che ero scettico e se lo feci fu più per stima sua che per genuino interesse: insomma, questi vitigni resistenti, le uve PIWI (dal tedesco Pilzwiderstandfähig, cioè resistenti ai funghi), che diamine potevano sortire? D’altronde in parecchie regioni la loro coltivazione a scopo enologico non è neppure consentita. Eppure questo vino è di Francesco Poli mi è sembrato così sorprendentemente buono che mi sono ricreduto ed un minimo documentato. Bene: se è vero che grazie alla loro resistenza agli attacchi dell’oidio, della peronospora e della botrite,  le uve PIWI in certe aree vinicole possono ridurre i trattamenti da una media di 13 l’anno a 3 soltanto, se ne capisce il potenziale. Amica o amico che mi leggi, codesti numeri sono  un rozzo medione nel calderone, cioè variano anche sostanzialmente secondo la zona e l’annata; ma un punto mi sembra chiaro ed incontrovertibile: queste uve permettono una gestione assai più economica ed ecologica, anche dove terreni e clima sono al limite delle possibilità delle viti tradizionali o dell’accessibilità umana, ad esempio per pendenza difficili e spazi ristretti che rendono ardua ogni lavorazione meccanica; il che significa da un lato la possibilità salvare certi terreni dall’abbandono, dall’altra di produrre in modo assai più sostenibile vini che non debbono nemmeno costare un occhio della testa. L’unico vero guaio è che il processo di selezione delle uve PIWI è assai lungo, necessitando di incroci dai quali ottenere piantine da seme che devono anzitutto venire esposte al fungo, poi valutate dal punto di vista della viticoltura e soprattutto enologico: possono volerci trent’anni. Siccome i primi risultati davano risultati piuttosto scadenti dal punto di vista enologico, la loro fama fino ad oggi è stata ambigua e la loro diffusione tutto sommato limitata. Però son sicuro che se anche tu assaggi questo Naranis  da uve bronner e solaris che Francesco Poli produce sul lago di Santa Massenza, un piccolo paradiso verde e azzurro circondato dai monti grigi, a una ventina di chilometri da Trento e non lontano da Castel Toblino, ogni riserva cade e, amica o amico che mi leggi, con me penserai che le uve PIWI sono, in un carta misura, il futuro: perchè in realtà di esse ti puoi anche  dimenticare, di fronte a questo bel liquido profumato dal color limone carico, tendente ormai al dorato, dal bouquet assai intenso di fiori bianchi (mi ricorda il mughetto) e gialli, di erbe di montagna (ecco la ruta, ecco il rosmarino), con un intenso odor di petrolio che poi un po’ si disperde a vantaggio di cedro, miele di limone, melone, ribes bianco, su uno sfondo minerale ed insieme di nocciole fresche. Ha corpo pieno, un’altissima acidità ed una lunga persistenza finale, dove spicca un po’ l’alcol. Al gusto è assai intenso ed al sorso è deciso, slanciato, vigoroso e compatto, reso vibrante da una bella dote salina.  Mi pare quasi parente del Riesling e del Silvaner per le sue caratteristiche organolettiche, soprattutto del secondo al gusto e al tatto per una certa piacevole e benvenuta terrosità. Inoltre mi sembra flessibile a tavola, che è una bella dote: m’è piaciuto su una robiola di capra ricca e grassa, ma lo immagino ottimo sullo speck. Una vera sorpresa!

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