Vigna Museo 2013 Toscana IGT, Bonelli Giulio, 13 gradi.

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Lessi qualche tempo addietro l’intervista a un celebre assaggiatore, conoscitore di vini toscani.
A domanda, egli dubitava che in Toscana potessero esserci ancora zone enologicamente emergenti o da scoprire. Io, nella mia ignorante semplicità, mi permetto di dissentire. Ci sono certi angoli ancora remoti ed incantati che ti chiedi come verrebbe buono il vino a piantarvi una vigna. Ci sono certe zone dove è documentato che il vino venisse buono ed ora non trovi più una vite. Altre zone, marginali, hanno vigne dimenticate o quasi, che possono riservare sorprese. Da qualche anno la Toscana più autentica, quella della mia infanzia, quando ancora si poteva tener aperto l’uscio, la ritrovo sul Monte Amiata: quegli odori, quei sapori; persino quella semplicità di modi che altrove mi sembra a volte irrimediabilmente perduta, e forse lo è. E il Monte Amiata mi sembra la terra promessa di chi ancora voglia provare strade nuove del vino in Toscana. Nuove solo per dire, giacchè qui il vino si produce da millenni, ma l’ambiente è incontaminato e unico: aria pura e profumata ancora di fiori ed erbe selvatiche, un clima mediterraneo e di montagna insieme, tanta luce e fresche brezze, abbondanza di fonti e falde, terreni vulcanici:  l’immagine dell’Olimpo degli dei pagani, come io l’ho nella mia fantasia. Inoltre, qua e là, vecchie vigne con vecchi cloni.  Castel del Piano è una cittadina deliziosa, poco più che un borgo, sul versante ovest dell’Amiata. Qui Giulio Bonelli produce un vino che ho conosciuto quasi per caso, avendolo acquistato in una piccola rivendita della zona a scatola chiusa, attratto solo dal nome, Vigna Museo; e me ne dolgo, col senno di poi, di averne acquistata una bottiglia sola, perché – lo dico subito, amica o amico che mi leggi- ho trovato questo vino strepitoso. Giulio Bonelli lo vinifica con le uva di una vigna acquistata da suo nonno nel 1920 dall’allora proprietario del non lontano Castello di Potentino. Altitudine superiore ai 500 metri, terreni molto sciolti ed almeno 18 varietà di uve autoctone antiche che con un supporto universitario sono state studiate, catalogate, reimpiantate: le principali sono cloni antichi di sangiovese, aleatico, malvasia nera e ciliegiolo, ma anche altre più rare, come l’uva del cavaliere,  il mammolo, “ brunellino nostrano” e  " brunellone", ch’io non saprei se debbano ricondursi ancora al sangiovese. Vinificazioni, ad occhio, mirate ma semplici, a dimostrazione che non serve inventarsi chissacché quando si hanno uve d’oro.  Il risultato, almeno per questo 2013, è una sorpresa. Bello fin nell’aspetto: rubino assai trasparente, con riflessi ancora purpurei, e gocciole fitte , veloci , abbastanza regolari.
Invita a saggiarne all’olfatto, dove il profumo ha intensità piacevolmente superiore alla media, è pulito e aereo, ma soprattutto è sfaccettato e affascinante, cangiante, ricamato e sinuoso, d’altri tempi: contenuto in  una forma di grazia remota, in una misura che ha la sottile malinconia delle belle cose che vanno svanendo, di un’armonia perduta. Sì, ci sono ciliegie e more, quelle che trovi in tanti vini, ma anche una più rara e vivida sensazione di uva nera matura, netta, quasi sultanina; e su tutto profumi di macchia, di leccio,  di noce, di ulivo, di castagno, di faggio, di alloro e di timo; verrebbe da dire: di muschio, di sole, di terra, di acqua che scorre nei torrenti. Un accenno di vello animale affiora e lascia subito spazio a fiori di campo, a camomilla e rosamarino, a un po’ di acetaldeidi.  In contrasto estremo, un tocco di cocomero dalla polpa succosa; perché il vino è freschissimo. Difatti sul palato è di corpo medio, teso, reattivo, molto secco. Acidulo come certe susine nere colte dal pruno prima che siano mature. Diresti difatti la sua acidità superiore alla media, ma soprattutto è estremamente distribuita, sciolta. Il tannino è di media presenza, ma di grande finezza, e il gusto molto concentrato, che di dispiega in modo particolare: prima è acidulo, salino e minerale, solo poi si apre al frutto, sviluppandosi in modo molto naturale e permanendo con una buona lunghezza, specie se la si proporziona al corpo. Sfuma leggermente amaricante. È un vino ben eseguito, ma non tecnico, se dopo 12 ore è ancora in evoluzione virtuosa: addirittura sfoggia profumi incredibili di pesca sciroppata e mandarino, che ritornano al gusto; ed al palato è ancora più fresco. L’ho gradito sulla tavola a tutto campo; è stato molto buono sulle lasagne e sui saltimbocca  con patate. Soprattutto, mi viene da dire, un vino così fine e senza belletti andrebbe gustato al sole, all’aria aperta; perché più che eleganza, la sua sigla è un’armonia francescana, medievale nella sua rustica spontaneità.

22 maggio 2016

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