Bandol 2008, Domaine de Terre Brune, 13 gradi.

Sole, vento, mare, libertà, vacanze, barche a vela, brindisi: queste le immagini che vien naturale associare ai rosati di Provenza, quasi spezzoni di un sogno o di una memoria che si inseguono vividi ma senza un ordine logico , senza rispettare alcuna linea temporale, come in una musica di Debussy.
Affascinate pensarli in questi termini – e goderli appunto come si suole giovani, l’estate, freschi e profumati su un’immancabile bouillabaisse o sulle moules marinière- ma si rimane un po’ sulla superficie del luogo comune.
Si può andare invece un po’ più a fondo ed osservare una realtà un po’ più sfaccettata e complessa, specialmente se si parla di Bandol. Questa città portuale è stata in secoli passati celebre forse quanto Bordeaux per i suoi vini, che naturalmente erano prodotti nelle terre all’interno per diversi chilometri, dalla vasta zona semicollinare che sta subito dietro alla costa, fino alle ripide colline che formano un anfiteatro perfettamente esposto al sole e al riflesso marino, riparando al contempo dai freddi venti del nord. È il regno della nera e tannica Mourvèdre, una tra le varietà col più lungo ciclo vegetativo, che esige luce e calore in abbondanza per una perfetta maturazione. Ed i rossi erano e sono vini longevi, naturale perciò aspettarsi anche dai rosati una certa longevità. Questo Bandol 2008 di Domaine de Terre Brune, Mourvèdre al 50% con Grenache e Cinsault  fornisce l’occasione di una verifica e il produttore sembra farvi affidamento, specificando in etichetta una possibilità di invecchiamento superiore ai dieci anni. L’acquistai appunto in Costa Azzurra molti anni addietro, rimandandone l’apertura non per sfida, ma comunque incoraggiato appunto dall’etichetta. E  rimosso il tappo ancora integro ed elastico, lo trovo color ramato; sul calice, più che gocciole, un velo che si ritira. È il profilo di un vino rosato con un’età, come si rivela anche all’olfatto, dove la filigrana non è quella fresca della gioventù, ma quella più morbida e segreta della maturità. L’intensità aromatica è notevole: ricorda arancia, limone e cedro canditi; c’è della fragola e in grande lontananza dell’amarena sotto spirito; tronchetto di liquerizia e noce moscata; un tocchi di maggiorana; caramello, forse lievissimo un sentire di pelle conciata e tabacco. All’assaggio è di classe: ha una consistenza setosa ed è molto armonico, rotondo nelle sue dimensioni: di corpo  medio, l’acidità è rilassata, ma il vino si mantiene intimamente fresco, perché l’alcol è molto bene integrato ed il vino è assai salino, continuando a sollecitare piacevolmente il palato per tutto il sorso, persistendo a lungo e con un ottimo bilanciamento delle sensazioni finali. Questo Bandol riverbera una bellezza appena un po’ sfiorita, ma alla quale il tempo ha aggiunto distinzione, persino un certo fascino. Ti prego, amico o amica che mi leggi, bevilo fresco sì, ma non troppo fresco: guai! Lo tenterei osando un poco su selvaggina da penna, ad esempio su una terrina di piccione. Ecco, il tempo. Forse è stata giusta la lunga attesa, se guardo alla storia di questo Domaine de Terre Brune, dal colore delle argille che coprono per un paio di metri gli strati di calcare. Georges Delille vi giunse nel 1963 e si innamorò di quegli ulivi secolari e di quelle vigne abbandonate; e dei campi ricchi di fiori e di una casa contadina né maestosa, né bella. Iniziò un lungo lavoro per recuperare le vigne, ricostruendo persino i terrazzamenti in pietra. Ci vollero almeno dieci anni per il vigneto, la nuova cantina nel 1975, le prime bottiglie commercializzate nel 1980. Ricorda, amico o amica che mi leggi: siamo a due passi dal mare della Costa Azzurra, avesse Georges Delille perseguita una speculazione edilizia, avrebbe guadagnato di più e con minor fatica: un bel resort di lusso, ad esempio. Il cemento è il grande nemico dei vigneti di Bandol come di tante altre vigne storiche: qui le villette a schiera per i turisti, altrove i capannoni che cingono i pampini d’assedio; oppure, triste, inesorabile, l’abbandono. Si potrebbe e si dovrebbe scrivere un libro sui vini da salvare. Questo Bandol di Domanine de Terre Brune, intanto, è un vino che resiste.

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