Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Macrina 2010, Garofoli, 13 gradi.

Delle Marche io ricordo soprattutto la luce. Al mattino prima del lavoro mi alzavo presto per passeggiare sulla spiaggia e godere quelle albe cristalline, che definivano nettissimi i contorni e portavano nell’aria fresca il profumo del mare. Ricordo guidando verso l’interno e traversando i campi le tonalità  chiarissime di verde, mai nemmeno immaginate, se non riguardando i dipinti di Piero della Francesca: era quella luce lì.
Ricordo come si inondava di luce il piazzale della sede di Garofoli, un edificio basso dalle linee architettoniche un po’ neoclassiche, un po’ sudamericane, che in quell’ora mi abbagliava di candore.
Garofoli è un nome importante nella storia del Verdicchio e quello di Macrina segna un tempo di riscossa e rinascenza dai vini industriali, slavati, a basso costo. Col Macrina si tornava a credere nel Verdicchio e a ricercare una certa struttura, una grassezza che era degli originari vini contadini: erano i primissimi Anni Ottanta. Persino la bottiglia, un bordolese semplicissima e di vetro chiaro per lasciar vedere il colore del vino, a suo modo fece epoca, slegando il Verdicchio dalla abituale anfora di vetro creata nel 1954 da Antonio Maiocchi  e che purtroppo col tempi era diventata simbolo di vini pallidi e corrivi, spopolando nei supermercati.
Perciò sono particolarmente legato a questo Macrina: racconta una storia tenace ed è l’ultimo rimastomi da quel lontano viaggio (ero tanto più giovane, e quante speranze!). Perciò  ho esitato a lungo prima di aprirlo. Nè, purtroppo, l’ho potuto conservare nel migliore di modi: mi ha seguito per un lustro, come in tutti i miei  traslochi oltremanica. E – a sentire proprio la voce di certi soloni anglosassoni- i bianchi italiani non sono adatti  a superare felicemente la soglia dei due o tre anni. Io però – amico, amica che mi leggi- del mio Macrina mi fido, ed  infatti aprendolo e versandolo nel calice svela tutta la bellezza di un Verdicchio invecchiato, ancorché non sia una selezione ambiziosa, ma un vino inteso per un mercato che lo consuma immediatamente. Lo vedi fin dal colore giallo dorato, con riflessi ancora lontanamente verdolini, di media profondità. Muove  gocciole veloci molto fitte, però sfumate più che delineate. Ha un aroma intenso, inizialmente un po’ contratto e stanco, poi via via più aperto e dinamico. Sulle prime, esprime cenni floreali, dove distinguo la camomilla. Poi la frutta ( i limoni di Amalfi, il pompelmo, il cedro, albicocca pesca e pera), tutta molto matura però ancora fresca, che si staglia su un fondale più dolce di note candite, come mela golden e pera coscia, accenni di meringa ed un ricordo vaghissimo di cannella, quasi dubitativo. Non manca una nota minerale di iodio, pietre bagnate, ma è poca cosa. Col tempo fa capolino lo smalto, intrigante, con erba tagliata, paglia e fieno, origano. Al sorso è secco ma non troppo, ricco , carnoso ma sodo, sapido, indubbiamente di buon corpo.  Anche il sapore è ben concentrato e l’acidità ancora spiccata: quasi sorprende all’assaggio attento, perché è affondata nella carne viva del vino ed avvolta nella sua materia, così da risultare delicata. Ha una giusta persistenza, giocata sulle note più saline e perciò piace stuzzicando, in un gioco di gioventù e maturità dove l’alcol scalda un poco, ma piacevolmente. In questa fase matura, credo possa trovare un abbinamento felice col pesce, anche sulle crudità e sul sushi, ma rigorosamente a temperature più alte di quelle in genere riservate ai bianchi. Insomma: con gli anni sulle spalle ha guadagnato in complessità e profondità quello che ha perso in giovanile freschezza. Pazienza se io lo preferivo com’era appena preso in cantina, così composto e guizzante, naturale e facile alla beva: resta sempre una compagnia affidabile. Mi rimane la curiosità inespressa di sapere come sarebbe evoluto nel fresco della mia cantina; per fortuna, c’è ancora qualche bottiglia del Podium e del Serra Fiorese – che sono le selezioni di Garofoli- lì ad aspettarmi.

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