Fiano di Avellino Colli di Lapio 2010, 13,5 gradi.

Ricordo bene una serata monzese di tanti anni fa, una di quelle notti brianzole dell’inverno cupe, buie, con la pioggia battente che si alterna alla bruma. Si tenevano – in un ristorante ormai scomparso- serate bellissime e conviviali sui vini delle regioni d’Italia ed io ero ancora ai primi passi o poco più. Fu quella sera per me la rivelazione dei bianchi campani: una lama di luce nelle nebbie del nord. Falanghina, Greco, Fiano: nomi non nuovi, ma mai sentiti prima così identitari. In precedenti assaggi , invece, quasi confusi fra loro, la loro identità levigata e per così dir compressa da pratiche enologiche che dovevano evidentemente soddisfare necessità di grandi numeri e di una rassicurante standardizzazione. Quella sera,però, la specificità di ogni vitigno emergeva invece chiara e nitida. Il Fiano in particolare mi colpì per la sua finezza, tanto che scherzando con gli amici da allora sostengo che una tra le migliori gioie della vita consista in “Fine Fiano a fiumi e valanghe di vongole”: Bacco mi perdoni per la sciocca allitterazione, ma garantisco che l’abbinamento funziona. Così comperai negli anni qualche bottiglia di quel Fiano meraviglioso, Colli di Lapio di Clelia Romano, ed una decisi di portarmela, immancabile compagna, nella mia esperienza inglese. L’ho  aperta quasi alla fine di quei cinque anni passati lassù, qualche mese addietro. Ben trattata non l’ho, spostandola da un appartamento all’altro, seppure con tutta la cura che mi era possibile: meritava forse di essere consumata prima, ma era una bottiglia privilegiata nel mio ricordo e mi spiaceva privarmene.
E dunque nel calice il Fiano mi è apparso trasparente  e brillante, di un color limone assai carico, con riflessi dorati e fittissime gocciole – non lacrime, perché questo è un vino che sorride e riluce  – frastagliate, lente e tuttavia non persistenti, perché formano un velo che si scioglie e ritira.
Appena versato è poco comunicativo e risentito al mio olfatto, ma poi si apre in un aroma deciso e molto intenso, che mi ricorda quasi un grande champagne millesimato invecchiato per certe intense note fungine. Al di sotto, fiori di tiglio e di sambuco, di timo e di borragine, e poi  la frutta: percocche e pesche mature, buccia di melone e maturi limoni di Amalfi, che brillano odorosi al sole su un tappeto mielato e di nocciole, consistente e morbido. All’assaggio, mi pare potentissimo: per il gran corpo , la struttura e la concentrazione dei sapori: un rosso vestito da bianco, usando una formula un po’ trita. Il suo gusto riprende fedele l’olfatto.  Ben secco – ciò mi piace – attacca deciso e prosegue con una discreta espansione, sorretto al centro boccata una spinta piuttosto salina e da una acidità alta all’italiana, ma in qualche modo diffusa sul palato.  Non manca un certo accenno di ruvidità rustica, che ne bilancia la perfetta esecuzione tecnica preservando un sentimento di benvenuta spontaneità. Con un sicurissimo senso di direzione si slancia verso un finale di buona lunghezza, segnato appena un poco dall’alcol, ma che si conclude su toni di fichi bianchi, quasi crema di nocciole, caramello, melassa: ha una certa morbidezza dunque, ma solo alla fine, quando ha preso confidenza e si lascia andare: prima è tutto determinazione e ambizione. In lui ritrovo il carattere del Fiano irpino, sua grandezza e certi suoi spigoli, e forse anche il carattere di un produttore che ha reso famoso il nome di Lapio, consacrando nei fatti quelle terre al rango di cru. Insomma, malgrado gli anni e la vita tormentata, il Fiano di questa bottiglia è ancora un bel bere, a dispetto di qualche ruga: in questa fase lo credo giusto su pesci di mare in preparazioni semplici, ma anche su primi bianchi di carne bianca. Ora che sono tornato a casa sarà interessante assaggiare quelle altre bottiglie, più fortunate, che hanno atteso silenziose in cantina il mio rientro: il nostro incontro sarà commosso, una rinnovata festa.

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