Brunello di Montalcino 2011, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Inutile nascondere la simpatia che provo per la Fattoria dei Barbi: la sua storia, le persone che vi lavorano, i suoi vini. Inoltre, un’azienda che riesce a produrre grandi volumi mantenendo però una cura artigianale ed i valori della tradizione ben saldi, mi incute istintivamente rispetto. Perciò, tra i loro vini, sono particolarmente legato allo storico Brunello di Montalcino “etichetta blu”: con un numero impressionante di bottiglie (credo circa 200.000 in questa annata), è una rappresentazione curata e classica del Sangiovese di Montalcino (si origina da diversi vigneti ed è affinato in botti grandi) proposta a un prezzo ragionevolissimo, che non guasta mai.
Questo 2011 – annata calda e non facile in zona- l’avevo assaggiato in febbraio a Benvenuto Brunello e già mi era piaciuto assai, sebbene appena presentato al commercio  dovesse ancora trovare la sua armonia.  Sono poi stato a Milano a Bottiglie Aperte, una manifestazione eccellente svoltasi ai primi di ottobre a Palazzo Stelline in corso Magenta,  e tra i numerosi vini di alto livello in quel pomeriggio, riassaggiandolo  questo mi colpisce così tanto per la sua virtuosa evoluzione e per la sua rotondità che desidero gustarlo nuovamente a casa e in tutta calma.  Me lo procuro in duplice bottiglia e una  l’apro senza indugio, per trovarlo come l’ho amato. “Old style”, rosso aranciato o persino ammattonato con riflessi rubino, trasparente, con gocciole fitte e veloci, trasmette un senso di conforto domestico anche solo a guardarlo. Esprime un profumo molto intenso, floreale, di viole, di iris, di rose; e poi di frutta rossa, con la ciliegia, la fragola e appena un po’ di amarena sotto spirito che non spiace; quindi cenere e spezie col pepe bianco e nero, la noce moscata, la cannella, i chiodi di garofano ( quasi diresti il repertorio tutto della norcineria, con l’aglio secco persino); qualche tocco erbaceo e gli aromi più profondi e forse terziari  accennati, che si declinano in torba, alloro, macchia, foglie di castagno, il profumo di un bosco di lecci. Al palato è un vino sferico: così avvolgente, ampio, riposato, da risultare confortante e tuttavia ricco di una benvenuta tensione interna; molto secco, di grande intensità gustativa e corpo, con una notevolissima acidità ed un tannino abbondante ma di grana fine; un finale lungo con misura ma soprattutto armonico; un alcol che non scherza com’è normale nella tipologia, ma che si dimentica grazie ad una beva contagiosa e salina, sorprendentemente immediata e facile.  Insomma, a dispetto di quel che scherzando potrei chiamare un corpaccione, questo Brunello si muove con una tale scioltezza ed eleganza che non ci si accorge nemmeno della sua mole: quasi fosse un Bud Spencer dei tempi d’oro che accenni a passi di danza in frac, tuba e bastone. C’è carattere e finezza qui, espressi con un sorriso benigno che sussurra l’unicità del territorio di Montalcino: qualunque confronto con i grandi territori internazionali risulta valido e insieme privo di senso. Soprattutto, in questa fase che conosce ora di eccezionale apertura e facilità,  io con lui sto bene e lo vorrei condividere ogni giorno con gli amici e le persone che amo, come si prendono per mano in un giorno di sole d’autunno e si conducono a scoprire le bellezze di un bosco. L’ho trovato eccellente su una porchetta odorosa.

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