Umbria IGT Trebbiano Vignavecchia 2008, Zanchi, 13,5 gradi.

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Siano pure di moda in Italia i vitigni autoctoni (cioè quelli nativi di un certa zona o lì insediati da centinaia di anni) essa non pare tocchi il Trebbiano, uva da vino considerata ultima tra le ultime: stenta amaramente a scrollarsi di dosso una nomea non solo povera e popolana, ma persino di qualità scarsa e di carattere peggio che volgare: anonimo. Laddove persino le uve da Lambrusco son riuscite – voltare in giusta nobiltà un portato indubbiamente proletario – il trebbiano sembra impossibilitato. Nè l’aiutano i cugini francesi, che lo chiamano cacofonicamente ugni blanc e lo distillano per ottenere Cognac. Vero è che parlando di Trebbiani in realtà ci si riferisce a una famiglia intera di uve. Dunque: c’è il Trebbiano di Lugana, che però è parente stretto del verdicchio e difatti, un poco snob, negli ultimi anni ha deciso di farsi chiamare trubiana; così, per differenziarsi. Anche il Trebbiano di Soave in realtà è più che altro imparentato col verdicchio; e poi lui più che altro se la intende con la garganega, alla quale si sposa con profitto e ne riceve i suoi quarti di nobiltà. C’è poi il potente trebbiano d’Abruzzo, ma il suo principe, cioè il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini, vulgata vuole che sia in realtà bombino; mah…La frontiera è il trebbiano spoletino, originale e dal chicco piccolo: questo sì è amato dall’enofilo alla moda, ma è una nicchia all’interno della nicchia dei vini bianchi umbri di qualità: insomma, una snobberia al quadrato, seppur motivatissima. La pecora nera, poveretto, è il Trebbiano Toscano, questo sì unanimemente o quasi considerato misero. E pensare che è diffuso in tutta la Penisola, persino in Sicilia, vero “vino del paese” forzando la mano alla traduzione del latino di Plinio. Certo non ne ha aiutato la fama lo sfruttamento quasi industriale alla quale è stato sottoposto: mi diceva un illuminato produttore maremmano di aver provato a vinificare un buon Trebbiano Toscano, ma di aver rinunziato  perché era quasi impossibile trovare viti di buoni cloni: per decenni, soprattutto dopo l’ultima guerra, si sono selezionate piante dalla massima produttività , sacrificando la bontà dell’uva. Nemmeno deve aver giovato la destinazione a uve rosse dei migliori siti: nel Medioevo erano i bianchi i vini dei signori, ma ormai da tempo  il prezzo massimo lo spuntano i rossi. Così, alla fine, per trovare un Trebbiano Toscano che possa far cambiare idea bisogna andare in qualche modo fuori zona, in quella bellissima cittadina umbra di Amelia, in provincia di Terni, lontana dalle rotte maggiori della produzione e del commercio del vino, ignota o quasi persino alle rotte del turismo. Lì c’è un produttore serissimo e originale, che realizza splendidi vini: Zanchi. Vi andai anni fa, non solo ma soprattutto per questo vino. Un trebbiano toscano in purezza, da viti vecchie di oltre quarant’anni allevate a palmette, favorevolmente esposte a est e sud est su terreni sabbiosi e argillosi con tracce di lignite, dove le uve a rese basse di 40 quintali per ettaro vengono lasciate leggermente appassire prima della raccolta, poi macerare brevemente e il mosto è fermentato in botti di rovere. Dopo un affinamento lungo in vasche di cemento e in bottiglia, il vino non viene filtrato ma naturalmente decantato. Una vinificazione piuttosto classica se non addirittura retrò, visto che negli ultimi decenni le produzioni del Trebbiano si sono orientate più sulle vasche di acciaio. Il 2008 fu la prima annata prodotta e ne ottenni in cantina una sola bottiglia in camera caritatis, ahimè. Ne ho tenuto da conto, per anni è rimasto in attesa in cantina. Oggi, col caldo non eccessivo di una sera agostana, con un superbo pesce San Pietro con pomodorini e la compagnia più cara e familiare, ecco il momento di aprirlo. E la gioia si fonde col dispiacer di avere questa bottiglia sola. Già il colore non mente: un giallo limone carico, ma ancora estremamente giovanile, che i sui otto anni proprio non li vuol dimostrare; limpido, corposo persino per come si muove nel bicchiere, con gocciole assai lente e rade, formando più che altro sul vetro un persistente velo che a poco a poco si ritira. Ha un profumo intenso, ampio,  vago e sfaccettato;  in sviluppo, ma ancora giovane e dinamico. Ecco il fieno ed il frumento, tocchi di ginestre e mimose, di sedano e finocchio selvatica;  ecco la frutta a polpa bianca e gialla, in particolare albicocche fresche ed essiccate , polpa di melone, banana, vaniglia, crema bruciata, caramello , mandorle e nocciole. Al sorso è persino più impressionante: la prima sensazione è di potenza indomita, di una presenza piena che pervade con determinazione gentile ogni angolo del palato, di una gioventù adulta e ben salda su gambe forti, che non è giunta nemmeno a metà della sua vita. Il sapore – concentratissimo; la tessitura – cremosa, solida, ariosa; il corpo – ampio, voluminoso, pieno, equilibrato; il portamento: maestoso, solenne, espansivo, ma non si allunga tantissimo sul palato, però resta lì aggrappato, gustoso e salino ; l’acidità – altissima, distribuita, sciolta; un po’ tannico – piacevolmente; la persistenza – notevole: lunghissima , complessa, profonda; l’alcol alto, ma la sensazione calorica è ben integrata, piacevole, dà importanza a questo Vignavecchia come un manto di ermellino. Un Trebbiano Toscano questo che finalmente non deve piegare la testa davanti a chicchessia, nemmeno ai grandi di Borgogna. È perfetto, è ad essi superiore? No, ma gioca senza dubbio la stessa partita ed un giorno chissà: il Trebbiano Toscano, quest’uva popolare, docile, che poco ha chiesto in cambio di frutti, credendo in lei e col duro lavoro di molti valorosi da Cenerentola  si trasformerà in regina.

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