Cinque Terre Bianco I Magnati 2015, Azienda Agricola Fino Riccardo, 13,5 gradi.

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Ora: chi pensa ai vini bianchi della Liguria spesso ha nella memoria vini leggeri, con un’acidità dal rinfrescante al tagliente, secchi e con un corpo per lo più leggero, spesso di marca salina; approssimativi e magri nei casi sfortunati, ricchi di gusto e di sole nei casi migliori. Almeno, questo è ciò che immagino io. Ci sono poi i vini delle Cinque Terre; mi si lasci dire: la nicchia della nicchia, con lo Sciacchetrà in testa, citato da Dante e da Petrarca, ma anche da D’Annunzio: “…quel fiero Sciacchetrà che si pigia nelle cinque pampinose terre ” . Che siano pampinose le Cinque Terre non c’è alcun dubbio: la vista di quelle coste alte e ripide, tutte gradinate di viti e così esposte a picco e dirette alla salsedine e al sole del meriggio, stringe il cuore come una visione ideale di una bellezza antica, arcaica, spigolosa ed ossuta, ostile persino: lì c’è tutta la fatica umana di strappare dalla terra non doni, ma conquiste rubate alle sottili strisce coltivate tra i muretti a secco; e per dirla ancora con un vecchio adagio: “Liguria: mare senza pesci, terra senza frutti.” ed, ahimè, certi vini secchi delle Cinque Terre che assaggiai in passato sembravano confermarlo: approssimativi talvolta, talaltra senza identità. Una recente visita ed i relativi calici colmati e scolmati di liquido dorato hanno squadernato assai il concetto: alcuni Cinque Terre secchi ma gustosi, personali e guizzanti, allegri e fieri come le sardine che nuotano in mare, argentee e così leste nel mutar traiettoria. Questo Cinque Terre chiamato I Magnati che ho aperto stasera è l’esempio estremo della moderna cura enologica locale: oltre alla sua tinta che è un bel limone appena un po’ carico, nitido, trasparente, senza impurezza alcuna, c’è un insieme di profumi precisi e nitidissimi, che spaziano dagli agrumi (limone, cedro e pompelmo), alla frutta a polpa bianca, da note di spezia dolce e sottilmente esotiche del cocco e della vaniglia (alla cieca di ogni nozione sul suo affinamento, una supposizione di legni piccoli) ed un insieme autentico ed identitario di macchia, con fiori di campo ed erbe aromatiche: borragine, salvia, basilico. A stupire è la precisione unita ad una morbidezza rilassata, lontana forse da esempi tipici della zona; e si badi: questa vino è vinificato classicamente in bianco e perciò senza le buccie, non partecipa della larghezza naturale di tanti vini macerativi. Infatti il senso di levigata opulenza è evidente anche in bocca, forse più ancora che all’olfatto: equilibratissimo, col gusto giocato sui primari dell’uva e sui secondari, non ha una nota fuori posto, o comunque nulla che un poco di bottiglia non possa ulteriormente amalgamare. Un’acidità giusta, un corpo pieno, una dimensione sferica, una persistenza lunga ed estremamente armonica, una trama morbida come la miglior flanella; al punto che l’immagini meno alcolico di quanto poi non sia. Questo vino le Cinque Terre te le sussurra in un orecchio: cartolina liquida di una luce del tardo meriggio, più che di quello zenit che picchia duro sui contorni delle case rendendoli taglienti e sul mare trasparente tra gli scogli.  Un vino che, mente accesa, mi vien da dire delizioso. Però c’è anche la pancia: ed allora lo vorrei più scabro, più a misura dei sassi che lo generano e delle loro genti rudi. Tu che mi leggi però – amico o amica mia- non mi ascoltare: cerca ed assaggia questo Cinque Terre, che spinge l’acceleratore su una perfezione formale fin dove essa può arrivare. Ti  regalerà, io credo, il suo massimo piacere su piatti di pesce elaborati e sulle carni bianche.

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