Chianti Colli Fiorentini 2008, Malenchini, 14 gradi.

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Diceva un’amica che di vino se ne intende, assaggiando insieme un certo suo Merlot spillato dalla vasca : “Questo è divertente”. Ora, come un vino possa essere divertente non è facile da spiegare; più che altro il bevitore accorto lo può forse intuire.  È un misto, a mio vedere, di calore e freschezza, di morbidezza e scatto, di dolce, salato ed amaro; sensazioni che non solo toccano corde lontane della sensibilità del palato, ma che si alternano secondo un ritmo giocoso e serrato ed un tono leggero e quotidiano, dove la profondità va cercata tra le righe.  Come dire (perdonami amico o amica che mi leggi se il paragone musicale a qualcuno poco pratico può sfuggire) che nel Barbiere di Siviglia di Rossini c’è più vero divertimento che nelle Nozze di Figaro di Mozart e che l’ascolto è autoesplicativo. Questo Chianti dei Colli Fiorentini 2008 di Malenchini mi è sempre parso il prototipo del vino divertente. L’ho assaggiato più volte nel corso degli anni: giovanissimo e scalpitante appena imbottigliato, riposato che esplodeva di un frutto pieno e centrato, ed ora maturo di otto anni, prossimo quasi a dirsi invecchiato. Fasi differenti, ma questa idea di divertimento mi si è sempre affacciata nella mente come la caratteristica distintiva del suo carattere. Stasera lo apro improvviso, per goderne nell’orto alle luci di un tiepido crepuscolo agostano con polpette al pomodoro. Cavo il suo bel tappo di sughero intero e lui è lì subito nel calice, già pronto e perfetto: non abbisogna di tempo per sgranchirsi dal sonno, a dispetto di tutte le mie convinzioni e le sane abitudini. Sfoggia uno stato di forma invidiabile, a partire dalla tinta che è ancora decisivamente rubina e di virare al granato non ne vuol sapere. Me ne piace soprattutto la trasparenza e la brillantezza, veramente classiche di un Chianti come dovrebbe essere, senza troppi maneggi di uve foreste o di pratiche concentranti in cantina. Mi piace guardarne le gocciole così viscose e fitte scendere adagio: l’amore passa anche per gli occhi. Il profumo ha ancora evidenti e in primo piano tutti i caratteri della giovinezza: i fiori (iris e viole) e soprattutto un frutto succoso e maturo: la ciliegia; ma sullo stesso palcoscenico, seconde voci di pari dignità, stanno dopo questi otto anni note terziarie di invecchiamento, che sanno di terra, di pelle, di macchia, di spezie dolci e più piccanti ( un alternarsi continuo di cannella e di pepe) , su uno sfondo ferroso e di ruggine che si fa dopo ore sempre più evidente, con tocchi di erbe aromatiche a rinfrescarlo ed ingentilirlo. Soprattutto, però, sono aromi vibranti che si rincorrono di continuo, con l’aria intorno e vaporosi, come un volo di rondini. Ti invita così al sorso, accogliente e guizzante: un sorridente peso medio più ricco di sapore rispetto a certi vinoni accigliati da concorso;  assai salino e di bella acidità, ficcante e ben distribuita più che abbondante, evidente perché senza sovrastrutture, che lo slancia e lo richiama di continuo nella gola; come pure il tannino è superiore alla media, un po’ terroso e irregolare ma  assai sciolto e di grana piuttosto sottile, che lascia un ricordo piacevolissimo di rugosità tattile. Si allunga e si espande sulla lingua e tra le gote, in un vai e vieni che muove tra secchezza e rotondità, con quel certo autentico gusto toscano per una rustica eleganza. La sua persistenza è quella che serve,  giusta per accompagnare la tavola: deglutito il vino, svanito persino il gusto, resta ancora un bilanciato ricordo acidulo, salino, amarognolo che richiama ancora un nuovo sorso: difatti è uno di quei vini che, inevitabile, finisce la bottiglia. Si dimentica persino un certo esubero alcolico: perché sta lì anch’esso in buon ordine ed è un tocco generoso che partecipa al gioco dei contrasti. Lo si vorrebbe sempre sulla tavola, con gli amici e quando si è da soli, perchè illumina sempre un poco la giornata: un raggio di sole tra le  nuvole. C’è in lui la forza della tradizione e del genius loci: quella rotondità fruttata dei Colli Fiorentini, quella leggerezza scherzosa, genuina e profumata che sa di burla, di novella, di stornello, di zingarata, che ha attraversato i secoli; quella dei Chianti di un tempo, che hanno dissetato le fauci di generazioni di braccianti, di artisti, di signori, e che oggi si stenta a trovare.  Sangiovese e canaiolo, invecchiati in botti grandi: la maniera antica. Non è che fossero poi davvero bischeri, una volta.

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