Trescone 2003 Umbria IGT, Lamborghini La Fiorita, 13 gradi.

Era l’epoca dei miei primi curiosi assaggi, quando uscivo dal recinto felice e conosciuto dei vini che si bevevano in famiglia: la lunga lista dei rossi con la B (Barbaresco, Barbera, Bardolino, Barolo, Brunello), il sempiterno Chianti (vero re della nostra tavola, che talvolta si vestiva a festa e diventava Classico, Gallo Nero o con la firma di Antinori), il corposo Morellino, l’amatissimo Dolcetto, qualche sporadico Cabernet Grave friulano o un po’ più spesso un Terre di Franciacorta (non si chiamava ancora Curtefranca) in onore di mia mamma che è originaria del Sebino. Ti risparmio, amico o amica che mi leggi, bianchi, rosati e spumanti.
Erano tutti vini DOC, perlopiù di cantine sociali, classicissimi. In quel panorama gustativo, questo Trescone giunse quasi deflagrando: un vino IGT, umbro del Lago Trasimeno (zona non notissima enologicamente), recante sull’etichetta un nome e uno stemma che per me appassionato d’auto – anzi, appassionatissimo all’epoca- era magico: Lamborghini; e difatti la tenuta la Fiorita fu il buen retiro del padre della Miura e della Countach dopo la vendita della sua fabbrica. Soprattutto, però, fu il vino a colpirmi e spiazzarmi, non l’etichetta: un vino così morbido e profumato, corposo e sensuale ad un tempo io non lo avevo mai sentito, abituato com’ero a rossi austeri e nervosi. Il Trescone blandiva con una setosità carnale e femminile che rimandava diretta alla sfera dell’eros, almeno per il mio palato di allora.
Visto con gli occhi di poi e parecchi assaggi dopo obbiettavo tra me ne che il Trescone fosse un po’ figlio dell’enologia di una certa epoca che voleva vini grandi, concilianti e facili, però in grado di stupire con effetti speciali, in direzione del tutto opposta ai gusti attuali; e che il 2003 in particolare dovesse la sua ricchezza ad un’annata memorabilmente caldissima.
Perciò celavo da tempo questa bottiglia – l’ultima- nella mia cantina: per un misto di sospetto e il timore di una delusione. Sarà cambiato lui, il vino, il figlio di sangiovese, canaiolo e merlot, così tanto da non essere più in grado se non di stupirmi o persino di piacermi, o sarò piuttosto cambiato io per una evoluzione naturale del gusto e incapace di sorprendermi? Perché sciupare un bel ricordo, in fondo?
Ogni bottiglia però è un incontro, un momento a sé e mi decido ad aprirlo, per trovarlo in una veste color granato di media profondità, con aromi intensi di di frutta molto matura, ma viva: di prugne scure, di mirti, di mora selvatica; ma anche vi balugina l’arancia sanguinella, a tenerlo increspato e in continuo movimento. Oltre, i segreti spazi del ginepro, dell’alloro, del mirto, della foglia di té, della marasca sotto spirito: un insieme di avventuroso e boschivo e di confortante e domestico, come l’odore negli stipi di una credenza annosa. Questa dimensione assai fruttata e vegetale si innesta avvolgendola morbidamente su un’anima anodina e ancor tesa di ferro e grafite, con un minimo attrito che produce faville: il vino risulta un po’ piccante, sa di pepe. Alla bocca è più dolce; il gusto pieno come il corpo,  di appagante avvolgenza, ma piacevole scorrevolezza. Qui la frutta quasi si fa cotta ma rimane succosa ed il sorso è sostenuto da un’acidità medio alta e bella nell’insieme, armonica. Il tannino, oramai, è in quantità medie, ma soprattutto è rotondissimo, carezzevole.
Insomma, non importa la moda, non conta lo stile, ed agli anni non si badi: questo, amico o amica che mi leggi, è un vino di Bacco, dalla sensualità calda e piena, diretta e gioviale, che si beve senza impegno, solo per gioire e godere festeggiando la vita. Buona sorte ha voluto con lui le lasagne materne: un sorriso d’amore.

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