Gattinara 2007, Mauro Franchino, 13,5 gradi.

 
Che bella che è Gattinara. Ci arrivi magari come me da Milano, traversando quella Pianura Padana che è  lì piatta e monotona, interrotta solo da strade e capannoni ahimè, ma se sei fortunato e la giornata è soleggiata e propizia, vedrai avanti a te tutto l’arco alpino innevato. Poi però arrivi a Gattinara e ti tuffi in un piccolo mondo antico di portici accoglienti, di insegne démodé, di lampioni di ferro battuto, di cascine ruvide che si accostano alla dolcezza elegante e raffinata di palazzi nobiliari, settecenteschi e Belle Epoque , con le loro modanature ricercate e talvolta un po’ leziose. Poi però ci sono le colline – quelle colline -e sono un colpo al cuore di bellezza: vedile al tramonto, col sole che ne bacia le coste e i pampini, quando l’autunno le infiora d’infinite sfumature dal verde al marrone, calde e terrose; e respirane l’aria. Vai su, sali a piedi nel blu, passeggia attorno alla torre, anzi passeggiane le vigne, con quei suoli petrosi di porfido e granito; guarda i Cru di lontano: Molsino, Valferana, San Grato, Castella…Quella stessa torre sta da decenni sull’etichetta semplice e bellissima del Gattinara di un piccolo produttore all’antica, Mauro Franchino: uno schizzo nero a china su un fondo giallino come le vecchie carte dei salumieri. Il vino: che vino! Ho qui un 2007, riposato e forse anche energicamente domato da due, magari tre anni trascorsi steso in un appartamento. Ho sul fuoco un risotto giallo al salto (la vetusta ricetta di recupero lombarda), apro la bottiglia per subitanea ispirazione, e…meraviglia! Perché nel suo colore sorprendentemente rubino, che si vena appena sul brodo di granato ( e parliamo di un vino che ha 9 anni), trasparente, luminosissimo, con lacrime fitte, veloci, frastagliate, persistenti, non ha bisogno di attese per dispiegare la sua bellezza e illuminare irradiando la mensa. Irradia perché non conosce stanchezza, non conosce vecchiaia: al massimo, l’equilibrio relativo di una certa maturità: tutto in lui è ancora scatto e vita. Sentine l’aroma, sbalzato, dinamico, intensissimo, che varia di continuo: di petali di rose, di mirto e uva spina, di mora e mirtillo ( ma con una riservatissima delicatezza ), di susina, di fragolina di bosco; di pepe bianco, il chiodo di garofano spiccato, la liquerizia dolce; di pietra bagnata,  di limatura di ferro; con un fondo di arancia sanguinella e corbezzolo e un tocco lontanissimo – più che altro evocato – di cannella, terra e sottobosco; aromi tutti riuniti in modo armonioso e continuo. Poi però lo devi bere: e l’amore allora è completo, la concentrazione sulla fredda degustazione impossibile.  Nella tua bocca netto, deciso, forte e essenziale, ben secco, compatto, giusto: in qualche modo lo diresti disciplinato, per come su una linea retta dispone il suo sapore e la sua essenza con ordine, senza sbavature, con uno spirito d’altri tempi, disegnando un arco teso e reattivo. La sua felice contraddizione:
lo troverai sinuoso, poco estrattivo e materico, eppure ancora concentratissimo al gusto, energico e di corpo; ma è fatto della stessa sostanza dei sogni: scorrevole, flessibile, passante, con un tannino così sottile che è cipria, però tenace, risultando poi -piacevolmente- quasi masticabile. La sua acidità è altissima ma non pungente, perché non conosce asprezze: solo un sicuro senso di direzione che scorre snello e punta deciso alla meta.  Ne godo l’intensità sul palato, il tripudio di rose e di frutta rossa, ed una scia di mineralità che guida come un sentiero nel bosco: il centro bocca non lo diresti semplicemente salino, ma decisamente salato! È appena amaricante; ma in una maniera che piace, con quel giusto alcool che dà un po’ di calore e non disturba. Persistentissimo: il finale forte e insieme delicato sfuma in una dissolvenza lenta e continua, senza cadute. L’attendo: la danza delle ore rafforza nel suo aroma la rosa, vi compaiono la menta e l’asfalto; nel suo gusto, ancor più ferro e liquerizia. La serbevolezza, una sua dote. Difficilmente capita di bere da soli quasi una bottiglia di un vino rosso che sviluppa 13,5 gradi e che offra una tale ricchezza di sensazioni e profondità strutturale: ma con questo Gattinara mi è successo, lo ammetto con una certa vergogna. Secondo Woody Allen, nel film Manhattan,  le cose per le quali vale la pena vivere sono:    Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento della sinfonia Jupiter, l’incisione di Louis Armstrong di “Potato Head Bluess”, i film svedesi, “L’Educazione Sentimentale” di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, le mele e pere di Cezanne, i granchi di Sam Woo’s, il viso di Tracy.   Avesse conosciuto questo Gattinara di Franchino, sono sicuro lo avrebbe aggiunto alla lista.

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