Valpolicella Superiore Ripassa 2004, Zenato, 13,5 gradi.

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Confesso che nella mia beata ignoranza da apprendista assaggiatore (e lo dico con sincera umiltà, non solo con l’ironia dovuta  ai miei primi maldestri e un po’ supponenti tentativi)  per lungo tempo non avevo mai dato troppo credito ai vini della Valpolicella: l’Amarone troppo fitto e grosso, “roba da americani”, pensavo; il Valpolicella annata “una cosetta leggera, da palati femminili o da grande distribuzione”, il Ripasso “un Valpolicella un po’ raffazzonato, rinforzato”, con quella aggiunta in fermentazione delle vinacce dell’Amarone. Ecco, magari salvavo il piuttosto raro Recioto. Poi, fortunatamente, negli anni gli assaggi e un po’ di conoscenza mi hanno riportato sulla retta via di un giudizio che riconosce la qualità e l’originalità di questi vini (ricordo la prima bottiglia assaggiata di un Valpolicella Superiore d’autore come una rivelazione per la finezza impalpabile).  Eppure – sarà che sono cresciuto a Sangiovese toscano e a Nebbiolo – ho sempre creduto che un vino per essere grande debba avere anche una buona capacità di invecchiamento; caratteristica che davo scontata per l’Amarone viste le sue caratteristiche strutturali e le relativamente frequenti occasioni di verifica, meno per i suoi fratellini minori. E allora chi lo avrebbe detto di trovare un Valpolicella del 2004, seppur Ripasso Superiore, in condizioni così smaglianti? Certo denuncia la sua età  – quasi 12 anni- nel colore granato impenetrabile. Disegna sul calice lacrime fitte, lente e persistenti: vino materico anche solo a riguardarlo. Se alla vista t’incuriosisce, inevitabile portarlo al naso: gli scopri un profumo molto intenso e personale, che alla frutta rossa appassita (ma, bada bene, non ridotta a marmellata) abbina un grande senso freschezza ed una speziatura abbondante di noce moscata e chiodo di garofano e persino tocco di zafferano (ohibò? In un rosso? Sogno o son desto?); poi sottobosco: intendo dire: foglie secche bagnate, humus, e note quasi balsamiche. Certo: anche qui ci sono i segni di una maturità, ma ben portata, affascinante. Allora non resta che l’assaggio. Perdonami, amico o amica che mi leggi, il gergo da assaggiatore grossolano, ma questa volta lo devo proprio usare: una bocca carnosa. Intendo dire che è il senso voluttuoso, la matericità docile e morbida che deliziano in questo vino il tuo palato. Il suo residuo zuccherino è evidente, quasi da vino del nuovo mondo,  ma lo bilancia alla perfezione un’acidità che è ancora sorprendentemente molto alta seppur avvolta in così tanto corpo. Anche il tannino: sì, più abbondante della media e solido più che fine, ma senza spigoli. Campo aperto, insomma, a un’ intensità gustativa notevole e in equilibrio tra frutta e incensi, con ritorni balsamici nel finale lungo che chiude piacevolmente amaricante sul sapore di tabacco, appena un po’ alcolico. Passami – amico, amica mia- un paragone sopra le righe: col suo stare in equilibrio tra freschezza e ricchezza mi sembra quasi un gelato cremoso ai frutti di bosco, che abbia però anche gli aromi e i sapori terziari dell’invecchiamento, e non puoi fare altro che tuffarci la lingua. Vino, mi piace pensare, femminile: una donna  dalle forme un po’ abbondanti, ma sensualissima; la promessa di un peccato, con una gran dama vestita di nero in un palazzo storico e signorile; e con un’inconfondibile parlata veneta: quella cantilena che sa essere avvolgente e gentile. L’avevo compagno per rallegrarci una cena: notevole su un petto anatra arrosto; e anche più su spiedini di polenta e salsiccia.

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