Delyus 2011 Marta Valpiani, 13 gradi.

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La Romagna ha sempre giocato un ruolo secondario nella mia personalissima (ed ovviamente parziale) geografia del vino: l’attraversavo spesso per lavoro da nord a sud e viceversa, scivolando sulla A14, solitamente diretto verso le Marche e l’Abruzzo; oppure fermandomi a Rimini, che per me significava passeggiate fuori stagione sulla spiaggia vuota guardando il mare, all’alba o al tramonto (col buio, invece, andavo in centro per ammirare il Tempio Malatestiano che era come un’apparizione bianca ed invidiavo i ragazzi e le ragazze che si divertivano levando i calici tra Piazza Tre Martiri e Piazza Cavour, mentre io ero lì solo). Per il Sangiovese, sebbene incuriosito da quelli locali, la mia storia familiare e la comodità logistica mi spingevano verso la Toscana; le altre varietà romagnole mi parevano giocare troppo un ruolo di nicchia e preferivo approfittare di quelle trasferte verso il Sud per conoscere il Montepulciano, il Pecorino, il Verdicchio; e circa le uve bianche, in particolare, mi ero fatto l’idea generassero solo vini molto corrivi. Sentivo però forte ogni volta il richiamo di quelle colline che dalla pianura si sollevano morbide dapprima e poi sempre più decise a formare i contrafforti dell’Appennino, fronteggiando il mare Adriatico; studiavo il percorso delle cantine che mi riproponevo di visitare, ma l’occasione sfuggiva sempre, perché le trasferte in zona diventavano sempre più rare e sbrigative. Poi la vita ha preso un altro corso: andato all’estero, in Romagna non sono più tornato, tenendomi però nel cuore lo struggimento della brezza fresca che viene dal mare, il profumo delle onde scroscianti sulla linea di sabbia infinita; e l’immagine di quelle colline, più sognata che reale, che penso mi aspettino al rientro salutandomi con un “Benvenuto” quando mi presenterò al loro cospetto: un po’ come i cipressi bolgheresi a Giosue Carducci allorché  li vedeva dal treno traversando la Maremma. Curioso: se io non sono andato ai colli romagnoli, loro in qualche modo sono venuti ha me. Tramite un amico comune un paio di anni addietro ho conosciuto Elisa Mazzavillani, vignaiola a Bagnolo di Castrocaro: una di quelle vere, che svolge i lavori duri e pesanti in vigna e cantina sporcandosi le mani e gli stivali, ma che soprattutto sa il fatto suo ed ha idee personali e decise; per altro è assaggiatrice fine e metodica (che è una marcia in più nel suo lavoro) ed ha un ottimo talento grafico e visivo (che non guasta).
Ovviamente – amico , amica che mi leggi – ho conosciuto anche i suoi vini ed avrei gioco facile a raccontarti dei suoi Sangiovese;  ma l’ultima volta che ebbi modo di assaggiare una buona parte delle sue etichette a sorprendermi particolarmente fu un bianco, il Delyus; e dalla fiera volli riportarmene una bottiglia, per gustarlo ancora con più calma. Io ho i miei tempi: un mese è scivolato nell’altro e il Delyus ha dovuto aspettare paziente l’attimo della mia ispirazione: un anno abbondante. Non so quell’attesa se e come l’abbia mutato (Elisa peraltro l’aveva dotato di una chiusura sintetica solidissima, a garanzia di tenuta), ma la mia sorpresa dell’inizio si è ripetuta. Già dal colore mi piace: paglierino molto carico, con riflessi dorati; e a riguardarlo lascia sul calice lacrime frastagliate, evidenti, nette. Poi l’aroma: assai intenso e complesso: originale e tuttavia nitido, ben delineato. Se ti diverti a cercare associazioni, troverai la freschezza di agrumi e qualcosa di più maturo o evoluto come la cotognata e i fichi d’India e i cachi quando sono così morbidi e gravidi di polpa e succo che si rompono e si disfano; sullo sfondo la frutta secca, un lieve di ricordo di pepe, un sentore di lievito; ma io ti dico soprattuto che ha un tono solare, puro, come il riflesso marino visto da un’altura. Assaggialo: di corpo, ben secco, con una ricchezza glicerica che avvolge un’acidità molto decisa e rinfrescante in un sorso che risulta  sapido e di stoffa notevole, con una trama compatta ma elastica e passante, con una cremosità accennata e benvenuta ed un buon allungo, solo un po’ alcolico sullo svanire. Se ami i numeri ti dirò: è di albana al 60%, grechetto al 20%, pignoletto al 20%; ma se ami la geometria ti dirò che gli riesce la quadratura del cerchio, avendo la ricchezza di un vino macerativo e la freschezza di un bianco tradizionale (e di certa levatura). Perciò, sta bene freddo, ma lo preferisco a temperature un pochino più alte. L’ho goduto – ottimo- su un tonno padellato, ma sarei curioso di provarlo su certi piatti gustosi di tradizione romagnola: l’erbazzone o i sapidi salumi. È che è un vino che ti invoglia a bere più che a degustare; e a condividerne con gli amici veri, quelli non snob; o anche con quelli snob, ma alla cieca, per poi svelare l’etichetta e vederne la sorpresa.
E se questo è il secondo bianco romagnolo a stupirmi in pochi mesi, segno che ero un po’ snob anch’io e che debbo rivedere con urgenza la mia geografia del vino.

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