Tiezzi, o il sorriso della bellezza.

La prima volta che incontrai il nome di Tiezzi e della Vigna Soccorso fu diversi anni addietro su una guida dell’Assiciazione Italiana Sommelier. Erano ancora i passi acerbi della mia passione per il vino, quando già però incominciavo a formarmi l’idea di ciò che andavo cercando in un calice.  M’affascinò la storia della vigna pregiatissima recuperata dall’oblio, la rinascita dell’antica etichetta; mi piacque – per quel che leggevo – la dimensione familiare, contadina, artigiana, felicemente piccola; le vinificazioni tradizionali.
Poi, molti anni dopo, l’assaggio del Vigna Soccorso ad un Benvenuto Brunello, abbagliante come la luce del sole sulla neve. Fu la scoperta, anche, dei vini che vengono dal Podere Cerrino e dalla Cigaleta, trasparenti e accoglienti come lo sono i Tiezzi. Seguirono altri assaggi che rinnovarono apprezzamento e meraviglia, risultando anche in una certa consuetudine ed affezione personale. Sfuggiva però da parte mia la visita promessa e con essa la conoscenza vera delle persone e della terra: maledetta la distanza e gli impegni tiranni.

Da qualche anno però trascorro alcuni giorni delle vacanze estive tra il Monte Amiata e la Val d’Orcia: laggiù e in quel periodo agostano il Creato risplende ancora glorioso in tutta la sua maestà, tra i giorni assolati e le notti stellate, tra le acque che scorrono nelle fonti e gli ulivi che levano i loro bracci al cielo come una preghiera: i fiori e i frutti dai vividi colori sembrano nascere per la prima volta tra i voli di uccelli e delle api, tra le lepri e le volpi che si rincorrono nei boschi.
Sfavilla Montalcino al sole, sempre ventilata, mai troppo calda o troppo fredda, alta su quel panorama così ampio e armonioso da allargare il cuore: dominante e tuttavia così piacevole nelle sue strade di pietra, sotto le logge ariose, negli scorci che si aprono a gran volo aperto sui campi biondi lontani, tra le taverne, le botteghe e i caffè, linda di geometrie bizzarre ma precise. Amo quando posso andare per cantine: conoscere da dove vengono i vini, la gente e le zolle. Non favorevolissimo questa volta il momento, purtroppo: è la finestra di tempo breve quando il cielo è stabile, i lavori in vigna e in cantina sono minimi e i vignaioli si concedono qualche attimo di riposo: chi lo trovi a campeggiare in Maremma, chi ti risponde gentile dalla barca mentre pesca (e speri in cuor tuo che non gli stesse abboccando un pesce proprio in quell’istante…), chi si trova in viaggio. Tutto giusto e meritato, ma per me poca fortuna: telefono al numero dell’Azienda Tiezzi che sta in cima alla mia lista e nel cuore  per la promessa da mantenere e nemmeno lì riesco a prendere appuntamento: bottiglie esaurite. Certo non mi sono fatto riconoscere: non sarò io a disturbare chi ha impegni o si riposa, ponendolo in imbarazzo per una forma d’obbligo di cortesia. Poi però passano le ore, ci penso su, rifletto che l’attimo non colto può rimandare l’occasione a un tempo indefinitamente lontano che forse mai verrà e mi decido a mandare in privato un messaggio a Monica Tiezzi. La risposta è immediata e a braccia aperte, l’appuntamento al Podere Soccorso fissato.

Eccoci perciò a risalire i tornanti della strada dall’Orcia e dal Castello di Velona, oltre Castelnuovo dell’Abate ed il miraggio bianco di Sant’Antimo, superando i Barbi e il Greppo, ormai familiari, fino alla cima del colle dove siede Montalcino, in vista delle torri della Rocca, costeggiando il paese fino alla Chiesa della Madonna del Soccorso: che sta lì sul bordo, semplice ed elegante, leggera come un sipario oltre il quale si apre l’infinito. Per scendere al Podere Soccorso bisogna passare dietro la chiesa, quasi sospettando di infilarsi nella canonica, percorrendo invece una stradina stretta e ripida in discesa che costeggia ed attraversa sterrata alcune proprietà private. Il panorama che si apre a occidente su vigne, fiori ed orti, da un’altezza di quasi 600 metri, è solenne, luminoso, sempre nuovo a ogni snodo, a ogni curva. Si individua infine una casa in pietra, col ballatoio, il loggiato, le scale esterne tradizionali: una figura femminile, indefinibile l’età, sta sulla balaustra e legge, accarezzata appena dal vento: un immagine di poesia questa, e lì è il Podere Soccorso. Sotto la vecchia colonica, dove si apre uno spiazzo, la cantina nuova perfettamente mimetizzata, interrata e giustamente rustica; intorno  la celebre Vigna Soccorso col sangiovese coltivato ad alberello, magnificamente esposta a sud-ovest, morbidamente terrazzata per vincere la pendenza notevole, i filari ordinati come viali di giardini con le rose a punteggiarli e le pietre che li bordano come pause di un racconto. Siamo qui a 500 metri sul livello del mare, appena fuori le mura di Montalcino che ci sorvegliano severe, ma sembra di essere per magia lontani nello spazio e più ancora nel tempo, come trasportati improvvisamente indietro a qualche secolo fa: sfugge alla nostra epoca tanta bellezza, tanta armonia.  Basta guardarsi intorno e viene voglia di fermarsi lì felici e protetti a respirare il verde della vegetazione e l’azzurro del cielo, il susino dai frutti bruni, il melograno, le piante fiorite, che creano un piccolo Eden a misura d’uomo. Non basta a rompere l’incanto l’arrivo lontano del fuoristrada di Monica ed Enzo, perché anch’essi ci portano un sorriso senza tempo.
Il saluto è affabile, schietto, familiare: ci si sente come a casa. Trovarsi di fronte ad Enzo Tiezzi, tuttavia, è un’emozione che un po’ intimidisce: a questo signore sorridente, dal viso vagamente etrusco, vivace e brillante malgrado abbia passato da tempo la settantina, viene da rivolgersi con deferenza, perché pochi come lui rappresentano la storia degli ultimi sessant’anni a Montalcino e sanno raccontarla con tanta lucidità ed un tocco ironico di toscanissima arguzia. Bada, amico o amica che mi leggi, non la storia del Brunello soltanto, perché sarebbe limitativo di quel che Enzo Tiezzi ha da raccontare.

Un giro di chiave nella toppa di una porta in legno che si apre sul fianco destro della cantina e la favola comincia nelle penombre di una sala bassa, pietrosa, appoggiata alla roccia, dove riposano le botti di legno colme di vino: “Questa era la cantina del Professor Paccagnini, che qui invecchiava il Brunello della Vigna Soccorso” e in quello stesso luogo un secolo dopo, grazie ad Enzo Tiezzi, il Brunello della Vigna Soccorso è tornato a riposarvi. Vibra una magia penetrando più ancora la  cantina storica  (piccola! Non t’aspettare antiche strutture monumentali come troveresti in Piemonte a Fontanafredda, o a Nervi, a Montalcino stessa ai Barbi: il Vigna Soccorso era in  confronto quel che potrebbe definirsi un vin de garage), fino allo studiolo dove sono esposte riprodotte le medaglie e i diplomi vinti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo dal Professor Paccagnini, gli originali conservati dai discendenti a Livorno. È lì che Enzo e Monica evocano questo personaggio a lungo dimenticato e la sua opera, con un certo orgoglio misto a commozione per un esistente rapporto di parentela. Riccardo Paccagnini, che insegnava agraria a Bari, Piacenza e Roma, era in contatto con i maggiori luminari del suo tempo; aveva a quanto pare anche il pallino della meccanica e fu tra i primi a Montalcino ad impiegare certe attrezzature che la tecnologia metteva a disposizione per migliorare il lavoro nei campi e in cantina. Il vino che ricavava dalla Vigna Soccorso risultava per i tempi senza dubbio un vino moderno: secco, limpido e stabile; oggi, anche leggendo quei dati chimico fisici rimasti da coeve analisi, lo diremmo un Brunello classico, di corpo ed atto a un buon invecchiamento. Peraltro fu autore anche di un manuale di vinificazione le cui prescrizioni per l’affinamento già preludono nei fondamentali a quelle del disciplinare moderno. L’etichetta del suo Brunello di Montalcino Vigna Soccorso – da Paccagnini personalmente disegnata-  è la più antica etichetta di Brunello conosciuta, forse davvero la prima; ed è la stessa che con modifiche minime si trova oggi sul Brunello di Montalcino Vigna Soccorso di Tiezzi; deliziosa nella sua grafica che da un lato strizza l’occhio al liberty e dall’altro porta con sè tutto il retaggio del Rinascimento, con quei puttini acrobati che sembrano discendere monelli da quelli danzanti di Donatello o di Jacopo Dalla Quercia. Vinse Paccagnini con quel vino numerosi riconoscimenti internazionali, 45 medaglie: affermarsi con un Brunello di otto anni a Bordeaux in quell’epoca (1904), in terra di Chateaux Premier Cru era un’impresa ardita. Paccagnini non era però un tipo facile: oltre a girare per il paese con tutte le medaglie vinte appuntate in bella mostra sul panciotto, baldanzoso come un capo indiano che mostri orgoglioso le piume del suo copricapo, pare non avesse un gran fiuto per gli affari. Cosicché, morto il Paccagnini, passato di mano il podere, la storia fu dimenticata e la Vigna Soccorso abbandonata, finché  Enzo Tiezzi, che di Paccagnini e della Vigna Soccorso aveva sentito parlare da parenti della moglie, ha modo di aquistarlo alla fine degli Anni Novanta. La casa con la cantina antica, malmessa; la Vigna, una landa di rovi ed un aggroviglìo di cavi elettrici e telefonici; viti, se ce n’è, sono inselvatichite. Enzo Tiezzi è uomo d’azione e si rimbocca le maniche: restaura la casa, costruisce una cantina interrata dove accomodare più agevolmente ed igienicamente i tini di fermentazione, l’imbottigliatrice e le bottiglie in stoccaggio; ripulisce la vigna e, preparando lo scasso, tutti i massi trovati nel terreno vengono accantonati per rivestire il muro della cantina interrata, onde si integri armoniosamente nella natura circostante, quasi a non disturbare quel luogo di bellezza con aggiunte tardive. Tanto fa e tanto briga, bussando insistente alle porte, che riesce a far interrare tutti i cavi, ma nemmeno questo colma la misura del suo amore di bellezza: decide di allevare il sangiovese ad alberello perché “ero riuscito a far eliminare tutti i fili, non volevo metterne degli altri e rovinare tutto: mi piaceva che sembrasse un giardino”. Ammettendo anche di essersi preso una gatta da pelare, perché il sangiovese ad alberello risponde diversamente da quello allevato a guyot o a cordone speronato e lui non aveva esperienza: si è trattato di reimparare a conoscere quella stessa pianta con la quale aveva da sempre lavorato ed in qualche modo crescere con lei: la bellezza di pensare a questi organismi come un maestro orientale penserebbe a un bonsai. Ecco che la Vigna Soccorso rinasce, produce frutto che diventa vino con quei metodi che la storia e la tradizione hanno codificato e che Enzo Tiezzi ha imparato nel corso di una vita spesa tra vigne e cantine: i tini di legno, le fermentazioni spontanee, le botti grandi, i travasi, l’attesa; quella semplicità trasparente che rende tutto più difficile, perché non puoi barare e devi sapere esattamente ciò che fai. La storia: essa scorre come una favola bella nella voce di Enzo. Quando ragazzino subito dopo la guerra lavorava a Poggio alle Mura, che era allora un’azienda agricola a tutto tondo, con colture diverse ed il bestiame: la classica fattoria toscana; ed era un viaggio andarvi allora da casa sua su quelle strade, tre ore con la vespa; e perciò si stava laggiù per mesi senza mai tornare, dormendo in stanzoni di quella parte del castello risparmiata dai bombardamenti (c’erano ancora intorno le pietre della rovina), gli uomini divisi dalle donne, tutti chiusi a chiave la notte per evitare inconvenienze amorose;  lavoro duro, ma anche tanto imparare, tanto far pratica: con la terra ma anche con le macchine, perché Enzo era uno dei pochi ad avere studiato e a saper mettere le mani su un organo meccanico. Poi la battaglia per poter tenere l’auto al castello, ciò che era visto quasi come un’insubordinazione dal capoccia, vinta da Enzo con volitività e maestria parlando direttamente col proprietario che aveva possessi anche in Argentina. Lì conobbe sua moglie – la mamma di Monica – venuta come maestra per insegnare a quei braccianti confinati nel remoto Poggio alle Mura e ritrovatasi il letto posto nel bel mezzo della piazza d’armi del castello per ripicca: secondo quella gente, si era posta troppo da “signorina di città”; fu poi tutto risolto, naturalmente. Scene che sembrano tratte da un film e fanno sorridere, ma raccontano vivide una realtà ormai lontana e sparita, che era vita e fatica, pena e gioia; colori, suoni, odori. Continua la favola, vivida per l’animarsi continuo dello sguardo. Gli anni della professione: ancor assai giovane  la direzione tecnica a Col d’Orcia dei Marone Cinzano, in un’epoca che quando l’annata era difficile lo era davvero, non c’erano in vigna le conoscenze e le possibilità attuali e i vini se venivano magri, erano magri: vedi la ‘74. Il ricordo di Giulio Gambelli, coi suoi modi garbati ma schietti, che se tagliavi con percentuali minime il Sangiovese  (molto meno di quanto all’epoca fosse permesso), non solo se ne accorgeva “a naso” e a distanza senza nemmeno assaggiare il campione, ma ti diceva anche quanto e che cosa tu avessi aggiunto, produttore compreso! La Direzione del Consorzio e la nascita del Rosso di Montalcino, con la stesura del disciplinare: nei suoi auspici e nel pensiero dei soci di allora un Brunello da vendersi più giovane per una virtuosa rotazione di cassa, non un vino di serie B. Poi nell’80 comincia a far da solo, con i vigneti al Poggio Cerrino ed alla Cigaleta, a circa 300 metri sul livello del mare, sul versante nord.  La preoccupazione oggi per una Montalcino che cambia: famiglie storiche in difficoltà, aziende vendute senza più referenti coi quali tessere un dialogo e fare gruppo in sede di Consorzio. Certo, cambiamenti ce ne sono stati tanti, da quella prima ondata di forestieri che qui comprarono terra negli anni Settanta e Ottanta, fino poi al più recente boom del Brunello. Lo si coglie anche nelle parole di Monica, che è persona colta e sensibile, quando parla di certi equilibri da rispettare; quando ricorda come fosse più autentico il Castello di Velona prima della conversione ad albergo di lusso (anzi, a resort esclusivo) e come sopravvivessero un tempo addossate sul fianco del Castello di Poggio alle Mura le vecchie case dei contadini, piccolo borgo ancora intessuto di memorie e strutture medievali, scomparso con la ristrutturazione e rimasto oggi solo nella memoria di chi lo vide: al suo posto un moderno bastione ingloba i servizi dell’hotel. Si ripristinano antiche strutture a nuova vita, ma qualcosa irrimediabilmente va perduto.

Certo, viene il momento che assaggiamo anche i vini, le varie annate presenti in botte perché le poche bottiglie ancora in cantina son già tutte imballate da spedire. Non è facile accanto a un esperto vero come Enzo Tiezzi, bisogna aver un po’ di arroganza in realtà – o di incoscienza- per fiatare. Amico, amica che mi leggi, che dunque potrò dirti io di loro? Che sono una restituzione pura del sangiovese, dei suoi tratti più eleganti fusi a quelli più scorbutici, ciò che ne costituisce l’autentica nobiltà e distinzione. Vini trasparenti ed energici al tempo stesso, più larghi e pronti quelli del Poggio Cerrino e della Cigaleta, più verticali, minerali, strutturati e bisognosi di tempo quelli della Vigna Soccorso. Tutti però con una caratteristica freschezza e tensione interna, persino le annate caldissime 2011 e 2012, potenti e vibranti, che stupiscono promettendo una eccellente riuscita. Vini che respirano, in levare, che sanno leggere l’annata e se anche è più minuta, come la 2014, rinunciano alla forza ma non all’equilibrio.

Si parla di progetti futuri, perché Enzo è mente e volontà che non conosce posa: più spazio per vinificare in cantina, perché oggi si è costretti a vendere le uve quando il raccolto è abbondante e buono; il recupero di un appezzamento poco più a valle della Vigna Soccorso, ripido anch’esso e tuttora a coltura mista, con la vite che si intreccia all’ulivo e agli alberi da frutto: un altro cru, il San Carlo.
Monica annuisce e sorride, orgogliosa a un tempo e preoccupata.
Ecco: vederli insieme, padre e figlia, continuano e completano in qualche modo quel senso di armonia che viene dalla terra, ciascuno con un suo ruolo ben definito e complementare,  preparando in un gioco di sguardi e di non detti una staffetta, come è naturale e inevitabile che sia. Per ora ed ancora a lungo la divisione dei compiti è chiara: se Monica cura in qualche modo le pubbliche relazioni (seguendo eventi, fiere, internet…) con la fatica di ritagliare il tempo da un lavoro impegnativo come quello di medico, in vigna e in cantina è Enzo il sovrano, indiscusso.
Arriva il momento dei saluti. Non posso acquistare ovviamente tutti i vini che vorrei per riascoltarli (sì, come fossero musica) nella calma della mia casa, essendo tutti impegnati per i distributori di mezzo mondo e già imballati per essere spediti,  ma i gentili Tiezzi hanno tenuto da parte una Magnum del Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2010, bellissima, che sarà depositata nell’angolo più protetto della mia cantina, tra le bottiglie più amate. Partiamo, risaliamo a passo d’uomo con la mia Alfa rossa l’erta verso le mura, arricchiti. Io sono felice e malinconico insieme, quasi non mi va di parlare, per trattenere i ricordi di questo pomeriggio e farli sedimentare. Ho da un lato la certezza che finché a Montalcino resteranno famiglie come i Tiezzi l’autenticità di questi luoghi magici non andrà perduta; dall’altro so che se questi settant’anni di dopoguerra sono stati una rivoluzione, il mondo corre in fretta e continua ad accelerare: come un treno lanciato a velocità folle che non si cura delle parti che incominciano a usurarsi, dei bulloni che si perdono, delle bielle chi si flettono; spinge finché ne ha, finché la macchina non esplode per forza della stessa pressione che ha generato. Se Enzo Tiezzi volesse farci un gran regalo! Condensare tutto quello che ha visto e imparato in un libro: i territori di Montalcino, i climi e i terreni, l’arte della vinificazione e di curar la vigna e la loro evoluzione nel tempo, la storia di queste campagne e della gente e delle aziende. Chissà: magari uno dei tanti bravi giornalisti del vino lo potrebbe aiutare ed il Consorzio sostenere il progetto. Perché credo che abbiamo più di sempre bisogno che qualcuno ci aiuti a ricordare da dove siamo venuti e che ci detti il passo, ascoltando, invece di quello della macchina e dell’elettronica, il tempo della natura e dell’uomo.

(visita nell’agosto 2015)

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