Rioja Blanco 2014, Muga, 13 gradi.

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Se pensi alla Spagna, magari, le prime immagini sono quelle delle coste colorate, dell’assolata Andalucia: ecco, il caldo, la luce, il mare. Ma la Spagna è un paese grande, con un interno sconfinato, persino segreto in certe sue plaghe.
Dov’e’ la Rioja?  Certo questo non è un segreto, ma induce qualche riflessione: remota nella parte centrale del nord della Spagna, a ridosso dei Pirenei; al punto che nella sua porzione più fredda – la Rioja Alavesa- le uve stentano a maturare. Per dire che l’amico o l’amica che mi leggono, se si aspettassero di trovare vini solari e apertamente mediterranei, potrebbero anche trovarsi spiazzati. È pur vero che le mode e l’enologia moderne han portato anche qui a vini concentrati, polposi e fruttati, nel campo dei rossi; mentre in quello dei bianchi vanno per la maggiore le bevute anodine, aromatiche e dalle acidità vivide se non persino elettriche, grazie tra l’altro a vasi vinari d’acciaio, criomacerazioni e lavorazioni in riduzione, che hanno sopravanzato le pratiche antiche di travasi, legni, ossidazioni, che dopo affinamenti estenuanti davano vini gialli carichi se non addirittura ambrati: complessissimi, ma poco accetti dal bevitore medio moderno. Questo Rioja Blanco di Muga è un compromesso tra le due filosofie – se vogliamo- ma sorprendente: tecnicamente irreprensibile, ha però un carattere speciale,  in equilibrio tra sentimento nativo intransigente,  antico,  e accondiscendenza moderna.  Se lo guardi è paglierino trasparente molto tenue, con lacrime irregolari, distanziate, lente, evanescenti.  Il profumo è intenso, piuttosto complesso e tuttavia fresco e franco:  floreale da un lato, con la camomilla e il tiglio; dall’altro più fruttato: citrino anzitutto, poi con tocchi di frutta a polpa bianca (susine e pesche) e lontani cenni tropicali, ai quali seguono note leggere di vaniglia, più lontani ancora sentori di affumicatura e noce di cocco. Assaggialo: molto secco, ha un gusto di concentrazione superiore alla norma, dove spiccano accomodanti vaniglia e cocco, ma a compensare la bocca corposa (perché il suo corpo è pieno, seppur non grasso: più ricco di struttura che di estratti) c’è un’alta acidità. Il passaggio in carati gli lascia un corredo lievemente tannico, ma non l’appesantisce: con grande energia si allarga subito sul palato, poi vi si allunga facendosi affilato. Ricorda i bianchi di Borgogna e tra quelli uno dei discreti. Ricorda, appunto, ma non fa il verso; Al posto dello Chardonnay qui, ci sono i tradizionali viura al  90% ed al  10% la malvasia. Difatti soprattutto è originale negli aromi e mascolino. Curioso e da notare, teme la riduzione: se lo conservi dopo l’apertura con tappo ermetico in assenza d’ossigeno, l’aroma si sporca, il fluido diviene spigoloso in bocca. Lascialo invece libero di respirare e lui si equilibra: spariscono taluni eccessi di legno, la bocca riconquista salinità diventando avvolgente, e il naso assume toni ancor più freschi e nettamente agrumati; o meglio, di fiori di agrumi. Quest le ragioni native, l’orgoglioso scalpitìo ispanico, l’identità che sconfessa i transitori rimandi borgognoni. Eccelle, per il mio gusto, sui crostacei.

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