Gattinara 2001 Travaglini, 13,5 gradi.

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Questo Gattinara fu uno tra i miei primi acquisti da appassionato, quando iniziavo pieno di meraviglia, curiosità e sorpresa quell’affascinante viaggio tra gli stili, le denominazioni e i territori che tuttora dura e mai mi stanca.
Ricordo persino il momento e il luogo dell’acquisto: in un supermercato di Milano, quasi alla fine di via Padova, una sera buia dei giorni del’Avvento. Del Gattinara avevo sentito parlare a lungo come di un vino nobilissimo e un po’ fuori moda, ma una delle massime e più longeve espressioni di uva nebbiolo. Di quello di Travaglini in particolare, avevo recentemente letto giudizi molto lusinghieri sulle guide. Che cosa ci facesse lì, nella sua bottiglia caratteristicamente obliqua e immutabile dagli Anni Cinquanta, quel vino non proprio comune e all’epoca ancor meno alla moda di quanto possa esserlo oggi- era e rimane per me un mistero; così come quanto tempo quella bottiglia fosse rimasta sugli scaffali ad impolverarsi.
E assai a lungo è rimasta sdraiata in ulteriore attesa nella mia cantina, finché un giorno, d’improvviso, stanco da un viaggio di lavoro lunghissimo mi sono deciso ad aprirlo tornato dai miei cari, forse troppo impulsivo ed ancora nervoso, malferme le mani, non lucida la mente: e, maledetto, il tappo che si rompe, rimane a mezzo nel collo della bottiglia, si sbriciola irrimediabilmente, e poi vino tocca scaraffarlo e filtrarlo per sperare di rimuovere tutti quei corpuscoli. Sarà ancora buono, però, questo Gattinara, o avrà sofferto?  Eppure subito l’assaggio, perché già mi affascina col suo color granato di media profondità, il fondo da vino vecchio, gli archetti sul calice che preludono una ricchezza interiore. L’aroma è intenso, ma deve assestarsi: è un turbinio scomposto di aldeidi, di rose appassite, di bacche di mirto, di pelli, di chiodi di garofano, di cioccolato,  e preminentissima, abbondante, una nota di asfalto. C’è tutto il fascino del Nebbiolo invecchiato in quei profumi, seppur compressi e liberati in modo brutale, ex abrupto. Ancora più complesso in bocca: con un’acidità e un tannino ancora imponenti – e quest’ultimo forse ancora un po’ verde – esprime sapori concentrati di chinotto, di fungo, di liquerizia amara, che si aggiungono ai rimandi dell’olfatto. E tagliente: lo diresti magro sulle prime, ma invece è essenziale, perché in realtà riempie la bocca con un sorso sostenuto, salino, minerale, ferroso, ematico. Appena un po’ alcolico forse, ma piacevolmente. È assai lungo. Un vino a suo modo antico e magari non facile e non per tutti, ma che delle cose antiche ha il fascino unico ed ineffabile.

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