Cahors 2012, Clos La Coutale, 13,5 gradi.

Cahors fa parte, io credo, di quelle denominazioni francesi un po’ appannate, famose più per il retaggio di una storia lontana che per un’effettiva conoscenza, perlomeno al di fuor dei patri confini. D’altronde questa denominazione, parte di quella amplissima regione vinicola che viene rubricata sbrigativamente il Sud-ovest, ha sempre subito più che la concorrenza, la dittatura di Bordeaux, areale posto poco più a nord e a ridosso di fiumi e di mare: accesso al commercio più facile e perciò prodotti privilegiati dai mercanti e dagli investitori. Non è poco: il vino di Cahors, stimato già nel Medioevo per la longevità derivante da una carica tannica ed antocianica che lo rendeva nero e davvero godibile dopo molti anni, finiva al palato più moderno per risultare rustico: e forse lo era, se i mancati commerci non favorivano gli studi sul campo ed il rinnovamento virtuoso in cantina. Certo che acqua sotto i ponti (e vino nelle botti…) ne è passata: il Malbec localmente ampiamente usato -e chiamato cot- rimane quasi come curiosità a Bordeaux (dove un tempo era più diffuso), mentre è diventato il vino-vitigno simbolo dell’Argentina. A Cahors però non si è rimasti a guardare: se qualcuno insiste con i robusti vini tradizionali e perciò merita un plauso, altri hanno ricercato una certa freschezza, a rischio però di  appiattirsi sui modelli diretti e fruttati che vengono dal Nuovo Mondo – o di generare brutte copie dei vini di Bordeaux, a dispetto di un clima anche più favorevole: più stabile e temperato com’è da influssi che giungono addirittura dal Mediterraneo.
Questo di Clos La Coutale – a dispetto della bella  etichetta d’antan – è un buon compromesso con le tendenze moderniste, anche grazie ad un 20 % di Merlot che ammansisce l’ intransigenza del cot. Rubino al colore, assai e piacevolmente luminoso, di pregevole trasparenza, purpureo sui bordi e con lacrime fitte e regolari, ha un aroma molto intenso di frutta rossa, con una certa preminenza di fragola candita e ciliegia che fa quasi pensare ad una macerazione semi carbonica delle uve, che tuttavia non è esplicitamente dichiarata. Però – e questo è più interessante – la frutta rossa non te la butta sul muso, con l’ovvietà di tanti vini del Nuovo Mondo o anche – perché no- di parecchi Beaujolais, ma è finemente contrappuntata da una trina speziata e minerale che frappone una distanza che sa di riserbo, ritrosia, fascino, seduzione, come uno sguardo che saetta ma repentino sfugge: e dunque alloro, polvere pirica, cannella, noce moscata, chiodo di garofano, eucalipto, rosmarino, ricordi di pelle conciata. Di corpo misurato in bocca, ma saporito, ha un tannino ben presente ma garbato, piacevolmente terroso, forse un po’ verde. La sua acidità si colloca nella fascia media della banda, o poco più, mentre la lunghezza regala una certa compiaciuta soddisfazione, come l’allungarsi di una gatta su un divano. Certamente, ha un carattere nordico: rassomiglia ad una di quelle giornate soleggiate di fine febbraio, quando la campagna già riluce di verde e si profuma, ma l’aria è ancora quella fredda dell’inverno. Un vino buono insomma ( anche grazie ad una resa limitata a 45 quintali per ettaro, meno della metà di quanto previsto dai disciplinari di tante DOC italiane), non banale, di quelli che regalano una piacevole compagnia ed un dialogo garbato sulla tavola,  tutti i giorni se con lui tu stai bene. Ti piacerà anche il prezzo: credo intorno ai 6 euro al privato in cantina. Lancio la mia moneta: vorrei provarlo con un bell’umido: di pollo, di coniglio, di maiale, persino con braciole alla pizzaiola o osando salsicce e fagioli. Però: conoscessi forse bene Cahors e i suoi vini classici e antichi, sapessi quel che può dare la terra, forse non mi saprei accontentare e griderei magari persino allo scandalo. Beata ignoranza: mi sta bene così.

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