Chianti Buscheto vigna vecchia 2007, Gimonda, 13,5 gradi.

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“ In Toscana è tutto Chianti” sentivo spesso ripetere da bambino. Forse si intendeva che i rossi sono perlopiù i aggi o tagli basati sul sangiovese; purtroppo però quell’adagio diffuso è stato fonte di infiniti malintesi e mistificazioni. Chianti è anzitutto un’entità geografica, poi un distretto vinicolo diviso in “Classico” e allargato: un po’ come la Valpolicella. È che il termine “Chianti” associato al vino aveva ottenuto una tale popolarità che il modo più sicuro e certo di soddisfare una domanda apparentemente inesauribile era stiracchiare quel nome geografico fino a farne un marchio -un “soft brand”-  antelitteram, includendo una serie di zone vinicole che hanno in realtà un’identità precisa: la Rufina, Pomino, il Montalbano, Carmignano, San Gimignano, il Valdarno, e così via, con buona pace degli editti del Granduca Cosimo III che  già a inizio del ‘700 ne individuavano e tutelavano alcune perché particolarmente vocate: le prime DOC della storia. D’altra parte i tre pilastri dell’economia del vino toscano erano e sono rimasti per secoli: i contadini che producevano per autoconsumo, le grandi fattorie (o abbazie) e i mercanti; perciò, la logica dei volumi e del commercio finiva spesso per prevalere su quella della qualità e dell’identità. Peccato, perché quelle zone così frequentemente occultate sotto il marchio del vino Chianti avrebbero avuto ed hanno una voce tanto interessante a lasciarla parlare: ma per farlo ci vogliono sovente produzioni piccole, a volte quasi amatoriali. Terra di anarchia la Toscana, di personaggi originali e bizzarri, nativi o qui pervenuti come richiamati da una voce ancestrale: certi suoi produttori artigiani sono conosciuti solo in un piccolo cerchio, nemmeno li mandano i vini alle guide; se non gli vai a genio tu o la giornata è storta, non c’è verso di farsi aprire le porte della cantina, men che meno di ottenere una bottiglia. Perciò mi piace questo Chianti Buscheto dell’Azienda Agricola Gimonda: lo devi scoprire, devi andarlo a cercare. A me lo consigliarono qualche anno addietro in una enotechina deliziosa e ben fornita del centro di Pisa.  Figlio di un’enologia semplice, delle vasche in cemento e dell’inox piuttosto che del legno. Sangiovese, canaiolo e colorino sono i suoi ingredienti: la tradizione antica, chiantigiana se vogliamo, ma qui cambiando la terra e il cielo, trova esiti diversi. Viene da Terricciola, un borgo su quelle Colline Pisane che sono così morbide, assolate, libere; verdi a primavera, bionde di grano quando l’estate è inoltrata, quasi lunari quando la terra è arata; punteggiate qui e là di boschetti fitti e misteriosi, dove santi e eremiti trovavano riposo; così diverse da quelle selvatiche e rudi del cuore del Chianti geografico. E questo carattere più solare ed a un tempo mistico e segreto si riflette anche nel vino: lo diresti risentire dell’aria marina del Tirreno lì a due passi, quasi le uve udissero i racconti che il Libeccio porta per quegli spazi infiniti da terre lontane; come la Cattedrale di Pisa che si plasmava nel marmo di lunghe teorie di archetti arabeggianti. Ecco allora la sua polpa, l’aroma di frutta matura, il respiro ampio e aperto; con una concentrazione che deriva da viti vecchie anche di 50, 60, 70 anni. La sua tinta, dopo otto anni, è un rubino  maturo, appena granato sul bordo; fitto, non impenetrabile tuttavia. Materico, se nel calice lo fai roteare, lacrima sul calice gocciole veloci,particolarmente massicce e viscose, diresti quasi imponenti. Quasi ti sorprende al naso, intenso,concentrato e sfaccettato com’è, così distante da tanti “ chiantini ” generici e anonimi. A dieci ore dall’apertura trova una combinazione ricchissima, dove ogni nota ha uno spazio come in una partitura sinfonica: dai grandi accordi alle noticine, gli abbellimenti. Allora la visciola decisa, le ciliegie e i lamponi, ed una originalissima mandorla fresca sgusciata, si trovano adorne da una corona gentile e sottile floreale di viole; le more mature su una siepe attirano il tuo sguardo e il tuo olfatto, ma subito da un campo vicino appena un effluvio di menta e fiori di camomilla; la ferma freddezza della polvere da sparo si scioglie al caldo abbraccio del tabacco, l’esotismo sensuale delle spezie ha come contraltare la sacralità degli incensi; arancia e cola la sua riserva di freschezza. Eppure sai che può dare di più, che il tempo gli concederà altro ancora nel suo spettro di aromi: forse appena fanno capolino le pelli. D’altronde ha una vita ancora lunga davanti a sè: tannino fine, maturo e ben fuso sì, ma abbondantissimo, ancora pieno di mordente, un’acidità salda come colonne d’Ercole, ma naturale, senza scalino, direi quasi diffusa nel vino sul palato, come si irradiasse in uno spolverio sottilissimo. Al sorso è pieno, corposo, ma fine e non conosce pesantezze, perché la sua stoffa è flessibile, naturale, morbida ma tenace: sulle prime per la carica tannica, che ti fa venir voglia di passare e ripassare la lingua sui denti e sull’interno labbra per goderne la piacevole ruvidezza; poi per la lunghezza gustativa, che termina in equilibrio su note di tabacco bagnato e mandorla; e se appena hai uno sbuffo leggerissimo di alcol, acidità e grinta tannica assicurano pulizia e freschezza.
Vedi -amico, amica che mi leggi- quante cose racconta la terra nascosta sotto la voce vinicola -non geografica!- di Chianti, se la lasci parlare? Eppure, a dispetto delle sue meraviglie, non lo direi un vino per tutti: ha quell’intransigenza tutta toscana, quella selettività diretta e ruvida che può riuscire persino brutale se non si hanno le spalle forti. Ma tu cercalo e trovalo. Per me, suoi compagni d’eccellenza saranno il polpettone dal gusto complesso e le carni saporite in umido; ma potrei andare sul sicuro con una costata alla brace o una pasta al sugo.

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