Vinsanto del Chianti classico 1997 Castell’in villa, bottiglia 941, 14 gradi.

 
Monumentale.
È la prima parola che mi viene in mente appena apro questo straordinario Vinsanto, ancor prima di versarlo nel calice, semplicemente avvicinando al naso – non accostando – il collo aperto della bottiglia.
La giornata trascorsa nel Chianti, da nord a sud: curva dopo curva, aprendo lo sguardo ai paesaggi amati, familiari e sempre nuovi, ai filari di vigne e gli ulivi che si incastonano tra i sassi e il bosco, suggestivi al sole di un inizio novembre inaspettatamente caldo: l’estate di San Martino.
Poggibonsi, Ormanni, Castellina,  Radda, Caparsa, Lucarelli, Volpaia, Vistarenni, Gaiole, Brolio: nomi familiari, sonanti, ciascuno un’evocazione di fantasmi che sono sogni e storie. Ciascun luogo una terra: galestro, macigno, argilla, arenaria, sabbia, tufo. Ogni sosta un paesaggio che è un quadro incantato, sfumato nel controluce o coi pampini direttamente illuminati e lucenti come foglie d’oro. A Villa a Sesta, una vigna gialla e rossa come una stoffa orientale si contorna del verde degli ulivi ed un cielo azzurro cobalto, così uniformemente terso come no ho visti solo in Grecia quando le Cicladi o il Dodecanneso sono spazzati dal Meltemi. Poco dopo, la svolta a destra; la strada che si allunga sul crinale tra un ampio anfiteatro di vigne a dritta e balze più scoscese a mancina. A valle le colline digradano verticali, poi le forme si fanno più morbide e accomodanti, fino a formare una piccola piana improvvisa. Lì, solitario si leva il monte di Castell’in Villa. È quasi un cono scuro ricoperto di vegetazione, con una fila di cipressi che si inerpica da nord avvolgendosi ad esso come una spirale, così che pare di vedere il Purgatorio dantesco. In cima, le strutture antiche e pietrose di Castell’in Villa: un po’ borgo, un po’ fattoria, un po’ fortezza, un po’ villa: difficile definirle. La moderna terrazza sul tetto della cantina lascia scorrere lo sguardo fino a Siena, che appare lontana, nel sole del meriggio, puro segno di torri contro un cielo d’oro; ma non ne altera il fascino, non ne svela il segreto, se dalle finestre, stesi, vedi i grappoli d’uva bianca ad appassire per diventare, a distanza di anni, Vinsanto. Annata in vendita: 1997, vino antico di diciotto anni. Antico, sì: o piuttosto dovremmo dire fuori dal tempo, tanto appare fissato nella perfezione della bellezza. Sono lì per esso, per il ricordo lontano di un altro indimenticabile Vinsanto di Castell’in Villa, un 1995. Nè so attendere un altro giorno, aspettando che si riposi dal viaggio: tornato a casa, lo debbo aprire.
Aromi potenti, dicevo, anche semplicemente levando il tappo, al punto che quasi ti fermeresti lì, immobile con la bottiglia in mano, esitando, quasi tu avessi risvegliato la Bella Addormentata e tu ne fossi ammaliato, intimidito e non volessi disturbarla oltre. Ma poi ti fai coraggio, vince piuttosto la curiosità di goderne in tutto il suo splendore. Allora lo versi, lo vedi scorrere nel calice formando uno zampillo prima e poi un picciol lago color ambra luminoso, dai mille riflessi, trasparente eppure profondissimo, che quasi trasluce nell’oro antico, quella tinta calda che solo i secoli donano ai monili  preziosi. Rotei il calice per goderne la danza, che sarà lenta, sensuale ma leggera: è molto viscoso, ma pur scorrevole e forma gocce lentissime continue sul cristallo. Con una forza che ammalia e stordisce, ti avvolgono profumi di miele di castagna, di muschio, di legna bagnata, di foglie bagnate, e altri mille di ginestre, di girasoli, di arance, di acacia, la melata d di bosco. Cotognata, caramello, cioccolato bianco nero e al latte, noci nocciole e mandorle sgusciate ( ma non pelate), alloro, abete, un po’ di melassa e liquerizia , canditi e spezie da panforte,  miele di rosmarino, la segretezza della macchia; così, casualmente, quasi trascolorano naturalmente l’uno nell’altro come tra loro le stagioni, come le spighe verdi che diventano oro, come le foglie ingialliscono, cadono e ritornano vive a primavera sui rami. Anche le aldeidi, perché no? Una nota acetica e di solvente che insinua una nota graffiante, sottilissimamente erotica. Sontuoso al sorso, molto dolce per lo zucchero residuo è dolcissimo per la trama, avvolgente, di stoffa morbida e carezzevole, vellutata; allo stesso tempo però fresco e salino, con una acidità altissima e vivida, che sparisce per virtù illusionistica come di un gioco di specchi, tanto è perfettamente integrata e bilanciata. Corposo, saporitissimo e continuo mentre irrora il palato, non conosce soste né cesure, è tutto un naturale flautato fluire, allungandosi in una persistenza ammandorlata e persino un po’ balsamica, dolcemente risonante anche a distanza di minuti. Monumentale, si diceva; eppure, sorprendentemente, soprattutto sussurrato. Un vino da meditazione, evocando per una volta a proposito l’antica definizione veronelliana: perché basta a se stesso, difficile essendo accostare tanta perfezione; perché qui siamo di fronte al senso che diventa forma pura: geometria, suono, luce. Come nella tappa ultima del viaggio dell’Alighieri.  

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