Metodo Classico Brut 2009, Murgo, 12.5 gradi.

Nei miei sogni giovanili la Sicilia era l’isola del sole.  
Sarà stato magari il ricordo di un piccolo carretto siciliano giocattolo che mi regalarono da bambino, giallo e variopinto; la sovrapposizione dell’immagine della triscele con quella geografica dell’isola; o semplicemente la suggestione delle novelle di Verga lette a scuola, coi loro colori abbaglianti e l’umanità forte. Tale restò, realtà su immaginazione, al tempo del primo viaggio che vi feci, ad ovest, una calda estate.
Poi, tornato molti anni dopo in inverno e ad est, ad abbacinarmi non fu il bagliore del sole, ma quello della neve, bianchissima sulle rughe nere dell’Etna, come un’iride nel blu uniforme del cielo e del mare che osservavo dall’oblò dell’aeroplano.
Così, pensando ai vini di Sicilia, l’immaginazione mia va ai potenti passiti, agli eterni ossidativi fortificati, ai rossi generosi, magari anche ai bianchi  ampi che odorano di Mediterraneo. Agli spumanti, difficilmente. Eppure questo Brut di Murgo, acquistato per curiosità e per gioco, mi ha riportato alla mente quell’immagine innevata lasciandomi candido di stupore e senza fiato come quella volta sul jet. Perché uno spumante metodo classico etneo da uve nerello mascalese così nitido, diritto e puro, io proprio non me lo aspettavo. Qui -amico o amica che mi leggi- hai un vino spumante che sulla tua tavola può stare col meglio delle produzioni mondiali al minimo
del prezzo ed al massimo dell’originalità. Bello nel suo luminoso color paglierino medio, piacevole alla vista e al palato per una mousse delicata e raffinata. Non pensare a un vino accomodante e tutto svenevolezze, però. Perché gli aromi sono decisi, definiti, saldi. Un trionfo fresco di zagara, di chinotto, di limoni maturi, di cedro: gli agrumi. La mollica di pane: il segno dei lieviti e della loro permanenza in bottiglia per ventiquattro mesi e oltre prima della sboccatura. Lo zolfo: forse c’entra la terra del vulcano? E quelle spezie orientali così marcate che pare di essere ai mercati di Istambul, con lo zafferano in particolare evidenza, e quel profumo insistito di mandorle sono solo il bagaglio della varietà dell’uva o ancora è la terra che parla, con la fusione secolare delle culture greche, latine, arabe, normanne? Sensazioni che si ritrovano alla bocca sotto forma di sapore molto intenso e assai salino, in un corpo medio e piuttosto secco (relativamente: è pur sempre uno spumante), dove l’acidità è alta e l’alcol è ottimamente integrato, con una persistenza appagante, molto lunga e piacevolmente ammandorlata. Eccelso aperitivo – amico, amica che mi leggi – se disdegni morbidezze, consuetudini e convenevoli; se invece ami la parlata sincera, lo sguardo fiero e intenso, ecco farà per te e lo terrai anche al pasto, su preparazioni di mare saporite, magari: per berne e goderne – e quello già sarà il tuo festeggiare.

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