Chianti Classico Riserva 1998 Riserva di Famiglia, Cecchi, 13 gradi

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Mio padre comprò negli Anni Sessanta un’automobile bellissima, una coupe’. La carrozzeria lunga, tesa e armoniosa, color argento, coi parafanghi che si protendevano dal parabrezza ai fari e si slanciavano verso l’asfalto, raccordando un cofano ampio, piatto e basso, dove batteva un potente sei cilindri. La fiancata pulita e sobria, il tetto aerodinamico che si inclinava dietro in un lunotto di vetro avvolgente e bombato, l’insieme formando come una goccia di cristallo che si appoggiava leggera su una coda compatta e essenziale. Mi tramandano ricordi di viaggi bellissimi e veloci sulle strade vuote di quell’Italia lontana che sembrava lanciata come una locomotiva inarrestabile verso un futuro radioso, sprofondati nei sedili di pelle nera, con il volante di legno e alluminio in mano come fosse un timone saldo sulla rotta della felicità. Mio padre l’ha ancora, chiusa da anni semiabbandonata in un garage, dai tempi della crisi petrolifera. Avrebbe magari un qualche valore, restaurata, ma non arriverebbe mai alle quotazioni non dico di una Ferrari, ma nemmeno di una Porsche, di una Lancia o di un’Alfa Romeo, a dispetto delle sue doti intrinseche e di tante raffinatezze tecniche. Perché sull’elegante griglia cromata della calandra, a lettere avorio su un fondo granato,circondato da una corona d’alloro stilizzata color bronzo, sta uno stemma assai popolare: Fiat.
Mi è sovvenuto questo pensiero dopo esser riemerso dal sottoscala dei miei piccoli tesori liquidi allorché cercavo un vino invecchiato da abbinare con spiedini di uccellini di autentica tradizione toscana; e più ancora, qualcosa da bere con piacere con la mia famiglia per festeggiare la vita godendo appieno uno di quei momenti preziosi e rari quando possiamo essere finalmente insieme attorno a un tavolo. Non volevo una bottiglia preziosa e altisonante – non era mica Natale – ma qualcosa di adatto all’occasione e auspicabilmente di buono.
Cecchi non è un marchio sulla bocca degli appassionati, un artigiano dalle tirature amatoriali come spesso io stesso prediligo, ma un produttore solido dalle ampie produzioni in milioni di bottiglie; e quante ne ho aperte quando mio padre aveva il ristorante e di vini ancor meno che d’ora sapevo distinguere! Cecchi l’ho trovato negli anni e con varie etichette -dal Chianti generico al Morellino di Scansano- un po’ ovunque, anche negli aeroporti, negli autogrill, in grande distribuzione.
L’ho aperta dunque con sufficienza questa bottiglia? Sí, lo ammetto. E con tenerezza: fu uno dei miei primi acquisti da…diciamo così, collezionista in erba, che voleva accumulare bottiglie nella vecchia casa dei nonni per farle invecchiare.
Appena ho estratto il sughero tuttavia, e ho accostato il naso al collo della bottiglia, ho capito: quei profumi che risalivano il vetro sottili mi hanno dato una lezione e un tuffo al cuore: il vino non è apparenza, non è apparenza la vita.
La bellezza di una Chianti Classico diciassettenne veramente classico, nella  sua misura elegante e garbata; l’emozione finalmente di Sangiovese invecchiato, e invecchiato assai: profumo per me di casa, nitido, molto intenso e pulito da subito.  Ritrovarlo poi nel calice a dodici ore dall’apertura (ma nemmeno c’era bisogno d’arearlo):  granato con riflessi ancora rubini, molto più giovane dei suoi anni,  trasparente come un fantasma antico, o l’evocazione di una fiaba, le novelle che mi raccontava la mia nonna a sera sull’aia: “Pochettino, Pochettino…”;  mentre piove sul calice gocce irregolari e lente, fitte e solenni come i pilastri delle cattedrali. L’aroma è vivo ancora di frutta, col lampone e le susine rosse e nere, un po’ di arancia, e poi aromi terziari dell’evoluzione, complessi: tabacco, pelle conciata e animale, noce moscata, chiodo garofano, tè, alloro. Ha un attacco al palato deciso ma pieno e dolce, quasi lo diresti fruttato, ma è secco e maschio. Ha un corpo di struttura, forte di spirito e non di muscoli, col tannino finissimo, integrato ma non domo, anzi grintoso. Spiccano un’acidità ancora alta ed un sorso estremamente salino, dove le sensazioni minerali di grafite e di ferro tengono affascinanti la scena, ma partecipi di un canto corale. Si dipana lungo, anzi si distende continuo fino ad una duratura persistenza. Scattante, luminoso e irradiante, lungo e stuzzicante, si giova di un alcol integrato perfettamente: leggero, mostra in questo una misura vecchio stile. Nitido e tecnico forse, ma nel senso di una precisione architettonica che ha una misura rinascimentale. Più sussurrato che imponente, con un disegno che ha i tratti dell’antico, riesce in realtà modernissimo: come quella coupè Fiat di mio padre, partecipa l’essenza di un’eleganza stilizzata e senza tempo.

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