Bandol Rosè 2014, Chateau Barthes,13,5 gradi.

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Il vino rosato soffre ancora purtroppo di una scarsa considerazione da parte di tanti bevitori. “Vino per donne”, secondo alcuni;  "per l’estate", secondo altri;  alla fine, una seconda scelta.
Io invece ne resto affascinato – e se guardo a chi di vino se ne intende davvero, sono per fortuna in buona compagnia. Ne amo la magia visiva, la delicatezza al gusto e all’olfatto, la flessibilità negli abbinamenti e nelle occasioni della vita. Parlo ovviamente dei migliori rosati, giacché purtroppo non sempre chi produce dà a questa tipologia la dovuta considerazione.
Certe zone hanno nel rosato addirittura uno dei loro simboli e i quelli provenzali sono un’icona: la Costa Azzurra, le barche a vela, il Jet-Set, soprattutto la bellezza fatata di luoghi che nemmeno il turismo più selvaggio – e la relativa speculazione- è riuscito a obnubilare. Però nemmeno qui è tutto oro. Con i vini di Bandol, che rientrano in una AOC, per la mia piccola esperienza si va sul sicuro. Dalla costa tra Tolosa e Marsiglia per qualche chilometro nell’interno, terreni poco fertili e di conseguenza rese in vino per ettaro assai ridotte; vigne ripide a terrazzi che impediscono la meccanizzazione e impongono il lavoro manuale; infine la predominanza dell’uva mourvedre, che garantisce ai vini strutture solidissime.
Fin qui la teoria. La pratica è questo Bandol 2014 di Chateau Barthes che ho nel bicchiere, così emblematico. I rosati provenzali sono abitualmente piuttosto pallidi al colore: anzi, l’appassionato alla moda guarderà con sospetto tutti i rosè più carichi, che virano un po’ al cerasuolo. Tu – amico o amica che mi leggi – a ciò non far troppo caso, perché – vedi- anche questo Bandol ha una tinta salmone di media profondità che vira già un poco alla buccia di cipolla; e che c’è di male, se ha preso il sole del Mediterraneo e lo porta con sè? Gocciole sul calice ne accenna appena: è più un velo di glicole che si dissolve. Ma l’aroma, quello è la sua essenza! Eccola lì la Provenza, lì la Costa Azzurra, e non è solo l’associazione di idee con vacanze lontane. Lì – vero è – sta la terra, in quel bouquet di fiori che unisce i boccioli dei giardini delle ville ai fiori selvatici della macchia. I fiori del pesco e il loro frutto, il profumo della buccia quando è ancora fresca nella fase primissima della maturità. Fragole ancora madide di rugiada e la ricercatezza del pompelmo rosa. Ed oltre un sentore solare e salino, quell’odore puro del mare come lo sentivo lasciando gli ormeggi a Port Grimaud e nell’aria di maggio alle isole Porquerol, che si mischiava all’erba tagliata. Coerentemente, bevendolo, offre un corpo di giusta pienezza e stoffa, sano, gustoso (fragola, un tocco di pomodoro e uno di liquirizia), in equilibrio di pieni e vuoti; secco ma non allappante; fresco sulle prime con un’acidità media e felicemente diffusa, ma poi caldo in un finale che ha ricordi di mandorla ed è ben proporzionato nell’allungo, in un’alternanza continua supportata da una piacevole salinità al centro del sorso, che invoglia la beva. Certo, chiama a gran voce la cucina di mare, con gli intingoli e le erbe aromatiche magari; ma, con le stesse erbe, arrostite nemmeno disdegnerà le carni bianche. Io l’goduto con gran piacere sulla pizza. Vedi, il rosato? Ma chi davvero ama il vino non guarda tanto al genere ed al colore, perché apprezza anzitutto le differenze. C’è un’espressione di Luigi Veronelli che amo molto e che racchiude, credo, tutta la sua opera di filosofo e via via delle altre cose che è stato: “festeggiare la vita”. Non è sempre facile riuscirvi, ma ecco, amico o amica mia: questo è un vino giusto per festeggiarla, anche oggi che si piangono tante ingiuste morti.

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