Colline Novaresi Vespolina  2007, La Torretta, 13 gradi.

Basta meno di un’ora di auto da Milano per andare lontano e per sognare: pochi chilometri di asfalto in direzione ovest. Eppure giunti quaggiù di strada sembra averne fatta tanta. Le Colline Novaresi sono un orizzonte diverso e sospeso, tanto a portata di mano e tanto segreto. Lì la pianura, le industrie, gli outlet che sfumano nella nebbia e nelle risaie; qui la terra che si solleva e si increspa verso il sole: dapprima timida, morbida e boschiva, poi più ripida e scoscesa, solcata profondamente da fiumi e torrenti. L’orizzonte si schiude alla solennità del Monte Rosa, che in certe ore, quando emerge dall’atmosfera, ha la maestositá di un organo che innalzi  le canne ai suoni possenti di una Toccata. La presenza umana: qui e là vecchie officine ed opifizi vuoti, fermi nell’attesa di un colpo di maglio che li faccia risuonare e che non arriverà mai, tracce di un passato laborioso e manifatturiero che per tanti versi ormai è storia. Poi ci sono i vigneti e i borghi antichi murati, dalle vie strette di ciottoli, con le cantine  che ancora occupano i piani bassi delle case di vecchi mattoni; vuote spesso (solo covo di gatti e di vecchie damigiane impolverate), talvolta attive, narrano una storia produttiva ancora più antica: quella di un’economia basata sul vino, di un’estensione vitata estesissima, di una nobiltà prima e poi una borghesia più lombarda che piemontese, alla quale si destinavano i prodotti migliori. Terre addomesticate nei secoli dall’uomo ed in pochi decenni di industrializzazione ritornate al dominio del bosco. Però c’è soprattutto una dimensione domestica e autentica in questi luoghi apparentemente dimessi e per fortuna incontaminati dallo sciocco turista, che si traduce nei gesti e nell’essenza delle persone: una tenacità caparbia, una gentilezza e semplicità di modi, una naturalezza non artefatta, che sono il meglio delle genti del nostro Nord. Ecco: in pochi tratti, questo il ricordo che ho della famiglia Ferro, che conobbi molti anni addietro su un treno che ci portava al Vinitaly. Storia forse paradigmatica: forti di un’avviata e importante attività artigiana in un ramo manifatturiero, riscoprono le terre loro tramandate,  sistemano le vigne, costruiscono una cantina e affiancano all’altra impresa la produzione di vino. Se vedi la cantina, capisci: tutto nuovo, ordinato, pulitissimo che quasi luccica, ma nessuno sfoggio architettonico o tecnologico: mattoni per i muri, botti medie e grandi per i vini, tradizione e concretezza vincono. Allo stesso modo, niente stranezze in vigneto: le uve sono quelle qui coltivate da sempre, per vini tipici e buonissimi. Nebbiolo e Vespolina, tra le rosse, tengono il campo. Quest’ultima mi incuriosisce: usata tradizionalmente per smussare gli angoli del Nebbiolo della zona, che vulgata vuole essere affilato, aggiunge sempre una benvenuta sfumatura speziata che l’ha fatta apprezzare storicamente per i tagli, qui e, con altri nomi, in Oltrepò. Tradizionalmente non si dava in purezza; eppure è progenie del nebbiolo, che ognuno lo sa, è uva somma per vini da invecchiamento e nelle giuste condizioni basta a se stessa: da lue il Barolo, da lei il Barbaresco. Qualche calice di Vespolina giovane l’ho assaggiato, spesso con piacere:  al meglio è fragrante, fruttata, un po’ piccante, assai originale. Qui però ho una Vespolina di otto anni, prelevata dalla mia cantina dove giunse direttamente da una visita a La Torretta, una mattina soleggiata e fresca di inizio maggio. Era credo il 2012. E se il colore tende già a un nobile granato di media profondità, con archetti fitti e molto lenti, gli aromi – che hanno intensità decisa ma raffinatamente controllata e soprattutto un profilo complesso- vivono ancora un equilibrio tra la freschezza della frutta a piccole bacche nere (le more, i mirtilli, il mirto) e del maraschino, con una speziatura decisa che è tipica di quest’uva, che è ancora più evidente alla bocca: tanto pepe e noce moscata, e abbondante liquerizia amara, che si è fatta evidente con l’invecchiamento. Ecco, l’invecchiamento: la profondità, lo spessore, lo scarto laterale; come quelle note sanguigne e lievemente fumè che nel vino giovane non ricordavo, ma che son lì a superare l’ovvietà fruttata della gioventù, per quanto piacevole essa sia. C’è però il territorio a siglare la cifra del vino: le ragioni della terra sole, non altro, consentono l’opera del tempo: quelle note minerali che dal naso si ripropongono – quasi una scia – ancora più evidenti in bocca; dove è salato e più tannico del previsto, di tannino energico più della media, ma maturo e di grana mezzana. Il corpo è medio, ma buona stoffa:  avvolgente e essenziale.  Anche l’acidità è lì a mezza forza, al punto che quasi lo riterresti  – amico o amica che mi leggi- un vino giunto all’ottimo del suo cammino; e se appena ti resta un po’ alcolico nel finale, pure la sua lunghezza di sapore è di quelle di chi ha tanto da raccontare, lasciandoti un ricordo di spezie fini: quelle della norcineria di qualità, o persino quelle usate sovente nella pasticceria antica. Insomma, a farla breve lo diresti assai simpatico. Tuttavia è la misura con cui espone le sue doti: la continuità con cui scorre sul palato, la qualità passante, un tono sottovoce se non proprio sussurrato. Sulla mia tavola si è adattato flessibile a vivande diverse, e se sulla carne bianca è rimasto naturalmente buono, la sorpresa perfetta è stata con una saporita minestra di cicerchie, baricentrata molto più a sud.

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