Chateau Tour de Capet 2011, Saint-Emilion Grand Cru, 13 gradi.

Da che parte si comincia a parlare di Bordeaux? Dalle grandi uve delle sue vigne? Dalla varietà dei suoli e dei microclimi? Dalle differenze -marcatissime- tra i vini della Riva Destra e della Riva Sinistra? O dai grandi nomi ricercatissimi, che strappano prezzi da capogiro? Stando alla zona di Saint-Emilion, dove la vite si coltiva da epoca romana, quelli altisonanti di Chateau Angelus, Chateau Ausone, Chateau Cheval Blanc, e via via, una serie lunghissima. Oppure si può restare coi piedi per terra e annotare che la realtà si fonda su un tessuto di produttori meno celebrati, talvolta di piccole dimensioni, e che non mancano nemmeno le cooperative. Non ti annoierò -amico, amica che mi leggi – con numeri e statistiche; tanto vino tuttavia, che se non ha l’opulenza e la concentrazione dei massimi, ha in tanti casi una benvenuta misura di buonsenso borghese. Prendi questo Tour de Capet: non cerca di strafare e nemmeno di stupire, in un senso o nell’altro; ma non è un male. Ha un bel colore rubino medio, con riflessi ancora purpurei al centro ma già un po’ granati sull’unghia, e lascia sul bordo del bicchiere archetti fitti e veloci. Una certa intensita’ di profumi ti rammenta in trasparenza la sua origine: merlot  per quattro quinti e cabernet franc per il restante, frutta rossa da una parte e toni più vegetali dall’altra: susine e alloro. Un tocco di vaniglia, anche troppo insistito, e voila’. Al palato ha tannino: fine, in discreta quantità; l’ acidita’ -buona- lo raffresca. Il corpo, la trama: sono medi, resta ben sorvegliato per non offendere, serra il palato ma senza stringere: lo riempie, ma non lo sorprende. Sa esattamente quale sia il suo ambito, quale il confine a lui riservato, quale il limite di rifinitura oltre il quale non gli è dato di andare – ed al di qua  del quale non gli è dato di stare. Ecco la sua inclinazione: il ruolo sulla tavola, dove restare compagno affidabile e discreto che non dispiace a nessuno, solido e certo giorno dopo giorno, pasto dopo pasto. Più che una poesia, una prosa scorrevole e tranquilla, senza scarti e sorprese e invenzioni immaginifiche. Perciò, se vuoi avere il suo meglio, eleggilo alla tua mensa con le vivande classiche della cucina borghese e ne avrai un matrimonio di conforto. Per me l’abbinamento perfetto – la rara reciproca esaltazione di cibo e di vino- e’ stato con la borghesissima e lombarda frittura piccata, com’essa si ritrova in un vecchio testo – questo si’ veramente scoppiettante: La Pacciada.

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