Vel Aules 2008, Rosso IGT Toscana, Fattoria Poggio Gagliardo, 15 gradi.

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Quando andai alla Fattoria Poggio Gagliardo, a Montescudaio, nel primissimo entroterra della costa pisana – e diciamolo pure, non un nome ed una zona sulla bocca di tutti- fu per acquistare un po’ dell’introvabile Vel Aules, del quale avevo sentito parlare a mezza bocca come di un arcano segreto: un vino, si dice, realizzato secondo i dettami di un trattato enologico del Settecento, perfino pigiato con i piedi in tini di legno, utilizzando un uvaggio particolare di uve autoctone ( la malvasia nera, tanto tipica del Pisano, al 62%, ed il colorino al 38%) coltivate e vinificate secondo le fasi lunari ed i dettami della biodinamica. M’aspettavo un vino strano, magari con un gran residuo zuccherino, con un’acidità volatile fuori registro e con imprecisioni aromatiche: in fondo, che ne sapevano nel Settecento di fermentazioni, ossidazioni, batteri ? E li’ casca l’asino: perché invece il Vel Aules e’ un vino modernissimo, che alla cieca quasi potrei scambiare per un rosso australiano o sudafricano o argentino, e di livello. Già stupisce e disorienta per le tinta rubina che e’ ad un passo dall’essere impenetrabile, tanto e’ fitta; però mantiene una lucentezza ed una naturalezza che sembrano smentire artificiose concentrazioni. Non essendo filtrato – preparati- l’ultimo bicchiere lo troverai un po’ torbido; ma più ancor di quello ne noterai le lacrime fittissime, lente, persistenti, li’ a sottolineare una morbidezza glicerica ed un tenore alcolico che riscontrerai al sorso in tutta la loro potente morbidezza. Prima, però, farai i conti con un aroma intenso e caldo, così lontano dall’ariosita’ leggiadra dei vini più toscani classici a base di sangiovese: qui, piuttosto, avrai un calore mediterraneo ampio, profondo di macchie scure ed ombrose, di mirti e ginepri, ove manca solo il rilucere nell’ombra dell’occhio di un daino o il grufolare di un cinghiale a rendere la misura della selva intatta. Corbezzoli, more selvatiche, mirtilli, susine nere fresche ed essiccate, fichi neri, ciliegie, lamponi, amarene, prugne rosse: un tripudio insomma di frutta matura e calda di sole, ma sempre vivida, non cotta o ridotta a marmellata; integrata piuttosto da aromi di verdure (peperoni verdi), di lieviti e di spezie dolci (cannella, noce moscata, cardamomo) e note balsamiche (l’incenso) e di legno (sandalo); profumi nitidi e ben fusi,senza traccia di imprecisione alcuna. Bevilo poi, e trovalo ampio, potente, pienissimo di corpo, saporitissimo, rispondente, dal tannino abbondantissimo e assai maturo, un poco piacevolmente terroso; dall’acidità spiccatissima, ma così integrata in questo vino dalle forme procaci da restare li’ solo come un potente sostegno, un motore che ruota a pieni giri e spinge il vino alla bocca, bilanciando un alcol si’ un po’ troppo abbondante, ma che regala calore, morbidezza, conforto. Lungo, sa danzare languido ed energico su un periglioso crinale, affascinando senza mai cadere, perfino concedendoti la tentazione estrema di un residuo zuccherino abbondante, quasi al limite dell’abboccatura, assomigliando in questo per davvero a tanti vini del Nuovo Mondo; ma con un’energia orgogliosa ed austera, ruvida e vellutata insieme, che è potentemente italica: un misto di eroismo guerresco da capitano di ventura e di sensualità languida da Venere bruna. Un vino fatto, dunque, secondo dettami settecenteschi? Sara’, ma allora veramente ci si chiede dove sia il progresso e se l’evolversi stesso del gusto non sia altro che un cammino breve e circolare. Di certo questo e’ un grande acuto delle terre della Costa Toscana, unico e originale. Di più: t’obbliga a cambiare il punto di vista, per una volta e a dire: buono in quanto diverso , buono in quanto – in una certa misura- non tipico e pronto a giocare tutt’un altro campionato. Amico, amica che mi leggi: non ti deluderà su un arrosto, ma se potrai gustarlo con un saporito umido, magari di cinghiale o con un bel “peposo”, allora appieno ne godrai.  

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