Irpinia Aglianico DOC Re di More 2013, Mastroberardino, 13,5 gradi.

L’ Italia, si sa, è terra di disperanti contraddizioni: per certi versi un paradiso, per altri un inferno. Tormento ed estasi, diremmo citando un vecchio libro, perché parimenti vi albergano sciatteria e ricerca di perfezione, caos ed ordine armonioso. Nei miei viaggi ho inteso che la Campania rispecchia questa realtà all’ennesima potenza. Ricordo andai una volta a Torre Annunziata per visitare un cliente: le strade trasandate coi panni stesi da una parte all’altra, il traffico nauseante senza alcun rispetto delle regole (o almeno di quelle scritte, ma sarebbe un’altra storia questa…), i ragazzi che dribblavano il groviglio delle auto parcheggiate in due sui cinquantini; poi però, appena dentro a un cortile, un’officina curatissima e ordinatissima, cosi’ pulita da poterci mangiare in terra, dove si lavorava in camici e guanti bianchi, e non per metafora. Autorizzata Honda, ma soprattutto riparavano anzi restauravano moto d’epoca, ricostruendo a mano tutti quei pezzi meccanici che era ormai impossibile trovare. Ricordo alcune CB 500 trentennali perfette, tirate così a lucido che sembravano appena uscite dalla fabbrica di Suzuka. Anche quella della Mastroberardino è un’altra storia di orgoglio ed eccellenza campane. Possiamo fermarci a crudi numeri, che parlano di due milioni e mezzo di bottiglie ed una presenza sui mercati di tutto il mondo, ma se andiamo più a fondo scopriamo il racconto di un’epopea iniziata nel ‘700, se non prima ancora, di una registrazione alla Camera di Commercio di Avellino nel 1878, quando la Casa comincio’ le vendite all’estero rendendo così l’atto obbligatorio. Una dedizione testarda alla propria terra ed alle proprie tradizioni, vecchie fino all’epoca romana e greca, difese dagli attacchi della fillossera negli Anni Trenta e poi dalle spinte a piantare prima vitigni più produttivi, poi quelli internazionali francesi, continuando invece a produrre vini di tradizione, anche acquistando le uve da fidati conferitori e svolgendo così una funzione sociale in epoche di abbandono  dei campi. In poche parole, se noi oggi ancora godiamo ed apprezziamo gli Aglianico, i Greco, i Fiano, i Falanghina, buona parte del merito va a questa famiglia ed in particolare al fu Antonio Mastroberardino, uno dei grandi vecchi del vino italiano. Questo Aglianico irpino non è un vino di nicchia, anzi ha una reperibilità notevole: io l’ho acquistato in aeroporto, su quegli stessi scaffali che vedono sovente allinearsi bottiglie magari di qualità, ma dalla personalità slavata, inclini come sono a seguire le mode ed i dettami di un’ enologia perfetta ma senz’anima per adattarsi ai gusti internazionali di quello che potremmo chiamare il bevitore medio globale. Questo Re di More invece ha ostinatamente carattere, declama la sua identità irpina con educazione e fermezza, e a testa alta va fiero contro corrente.  Sulle prime potresti quasi confonderlo per uno di quei tanti rossi mediterranei moderni e un po’ tutti uguali, rubino com’è di media profondità, con quei riflessi purpurei che sono un baluginare di giovinezza; ma guardalo attentamente pero’, vedine il bordo che già tende al granato e ne intuirai lo spessore, la riposta elezione. Presto ne scoprirai il carattere forte di vino montanaro, cocciuto, persino angoloso, ma puro. Godi la discesa veloce delle sue lacrime  molto fitte, persistenti, mentre già di lontano ti si affaccerà il profumo intenso e fresco di un vino ancora nuovo, fremente energia ancora un po’ immatura, che ti porterà per mano nel cuore del bosco innanzi a siepi di frutti neri selvatici, more e mirtilli, ed un’apertura su campi assolati con le susine nere e le pesche mature dalle bucce odorose. C’è in lui un che di domestico, con gli aromi  dell’orto (alloro e aglio fresco, origano), e di esotico insieme (velatura di pepe bianco, polvere di caffè, tocchi di lavanda,  lontani ricordi di incenso e cera) a rammentarci che l’uva Aglianico viene da Oriente,  e che solcando i mari, le terre e i secoli ha veduta una lunga storia. Vino che al palato e’ di corpo e buona concentrazione e struttura, con un tannino abbondante e granulare, forse ancora un po’ crudo e bisognoso di tempo; ma di esso il vino non avrà timore, perché in se’ ha un’acidita’ notevole, che spinge sicura e ne sostiene il corso verso una persistenza piuttosto lunga. Fresco e succoso, però non esile: com’è giusto per vino di montagna, ma del sud; curato, ma non si vergogna di restare un po’ rustico;  sempre comunque composto e con una sua austerità trattenuta. Nel suo essere giovanile e immediato, prelude a una progressione, se tu solo lo vorrai aspettatare: la curiosità – amico, amica che mi leggi- sarebbe attenderlo diec’anni.  Godilo intanto su primi e carni sugose, dove il dolce-salato dei pomodori vi giochi suoi accordi.

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