Le Difese 2008, IGT Toscana, Tenuta San Guido, 14 gradi.

Forse oggi l’incanto un po’ si perde col turismo che preme: c’è quello balneare sulle spiagge della costa, sabbiose e dorate, alla distanza di un volo di rondine o di pipistrello la sera, appena oltre le lande ancora selvagge che un tempo erano acquitrini e regno di butteri; c’è quello enologico, di facoltosi che arrivano su potenti suv; o di tanti semplicemente curiosi o più o meno appassionati di vino, una colorata brigata che popola le vie del vecchio borgo di Bolgheri -che se ne sta laggiù, in fondo al viale dei cipressi- ed è magari perfino ignara di chi fosse il Carducci. Io il paese lo ricordo invece più di trent’anni fa chiuso nel suo silenzio solitario più ancora che nelle sue mura, le strade deserte nella luce di un pomeriggio di agosto, le persiane chiuse, i palazzi scrostati e muti, le deserte vie, un senso di abbandono e di decadenza che sapeva di un nobile rifiuto del mondo, di una filosofica fuga dal moderno, rifugio finale per le ombre del passato che qui trovavano pace. Poi venne il successo del Sassicaia a sparigliare le carte ed è somma ironia: perché quello stato d’animo, quel paese di Bolgheri come esiste  nei miei ricordi l’ho ritrovato per magia proprio nel Sassicaia. Poi c’è la sorpresa di questo “Le Difese” che viene dalla stessa Tenuta di San Guido del Sassicaia, quella grande fattoria color ocra posta all’inizio ed a manca del duplice filare di cipressi, imponente come un castello: quale per me era nella mia fantasia di bambino.  "Le Difese" e’ il vino meno importante della Tenuta, ma anche in lui ritrovo quegli umori, quella solitaria e raccolta dimensione che mi han fatto amare il Sassicaia e evocano la vecchia Bolgheri. Vino anche questo serio e nobile, non scherzoso. Nemmeno austero tuttavia, seppur scuro di macchie, seppur carico di mistero, bello e profondo come il suo colore; non impenetrabile però, perché ne indovini – non ne vedi – mille riflessi e trasparenze, come racchiusi all’interno di un rubino. Al naso ti giunge un bouquet floreale e una nota salsa di macchia marina, con un certo che di erbaceo: sussurra il nome del cabernet franc; nobilitato e avvolto però da una speziatura intensa di chiodo di garofano e noce moscata,  da tocchi di incenso e di pelle. Sul tuo palato più ancora ne risenti il frutto: mirtilli e more; la sua freschezza e i tannini son presenti ma assai sottili. Lo senti intenso,  dinamico ma con suplesse, mentre ti accarezza con struttura e lunghezza, senza debordare, senza essere imponente. Ancora qui al gusto e’ marcato da toni verdi di cabernet -eleganti, nobiliari, quasi voluttuosi perfino – ma vi risenti e godi l’acidità del sangiovese, il suo slancio lungo, il fluire continuo. Ecco: come si porge alla bocca, composto ma flessibile, corposo e non arcigno, scuro eppure arioso, vi ritrovo qualcosa della finezza setosa del Sassicaia; e, più ancora, di ciò che mi sta a cuore: gli umori antichi e veri della terra, come in uno splendore autunnale, riguardando pensoso il mondo dalla soglia.

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