Saumur Champigny 2013, Domaine des Roches Neuves, 12.5 gradi.

Io lo ammetto candidamente: ho ben poca dimestichezza col Cabernet Franc: lontani assaggi di vini friulani, verdi e speziati; spesso anzi si è scoperto nelle vigne ci fosse – inconsapevolmente – carmenere. La sua patria però è la Francia, a dispetto dei natali oscuri che lo vorrebbero, in un’antichità remota di almeno un millennio, nascere nella Spagna basca ed arrivare in Centr’Europa sulle vie dei pellegrini traversando la Bretagna. A Bordeaux si usa nell’uvaggio locale, quasi un’assicurazione di buona riuscita perché fiorisce in epoche diverse rispetto a Merlot e Cabernet Sauvignon; inoltre matura più facilmente e perciò ha trovato nella valle della Loira una casa adottiva speciale: meglio, un luogo d’elezione, perché lungo la Loira sono fredde le zone interne, rigidi gli inverni, ed il Cabernet Franc si dimostra coriaceo perfino nel legno. Strana bestia la vite: più la porti al limite estremo, meglio si dona in qualità; come certe volte la Nazionale italiana, che gioca con maggior determinazione in dieci che in undici. Così nella Loira il Cabernet Franc, se coltivato con amore devoto, si dice attinga a miracoli di finezza e longevità. Non tutti i miei assaggi son stati fortunati, invero. Poi mi imbatto in questo Saumur Champigny 2013 del vignaiolo Thierry Germaine, un uomo con le idee chiare, che su suoli tufacei e con viti piuttosto vecchie pratica un’agricoltura biodinamica ( “ossia?” mi dirai amico, amica mia; la questione e’ un po’ complessa e dibattuta, ma di certo si tratta di una filosofia agricola di alto rispetto per la terra), ed applica rese di 30, a volte addirittura 15 ettolitri per ettaro mentre la media in zona e’ di 60 (come termine di paragone su un vino di qualità, a Montalcino per il Brunello la resa massima consentita per ettaro e’ di 80 ettolitri);  allora finalmente, allo sfilare del turacciolo, ho un sorriso. Ecco un vino che vibra, canta, racconta! Certo non è un vinone grosso, di quelli che ti travolgono con la possanza sbuffante di una locomotiva. Questo è un aliante leggero nell’aria, una barca silenziosa e veloce sul fiume, una carrozza che porta a castello una dama. Fin dal colore lo vedi: rubino trasparente e luminoso, dai mille riflessi; ne percepisci la sostanza magra e scattante e la rimarcano gli archetti sul calice irregolari,  nervosi e veloci come i contrafforti di un’architettura gotica. L’aroma e’ pungente ma non prevaricante, sempre un po’ da cercare, vinoso e di piccoli frutti di bosco rossi e freschi anzitutto; poi accenni di violetta, una nitida polvere di grafite, uno sfondo erbaceo aromatico che avvolge piacevole l’olfatto come tu entrassi in un giardino incantato e vagassi e ti perdessi tra le siepi nel tepor primaverile. A berne poi, ancor più ti impressiona: se il corpo sta tra il medio e il leggero, pur ti danza come un putto sulla punta della lingua e la sua intensità e’ chiara, diretta, luminosa. Ecco l’acidità che lo profila, l’allunga ed è radiosa; ecco in mezzo la sapidità, che gli dona fermezza e stabilità; ecco il tannino, ingannatore: fine, detergente, ne sottovaluti la portata pensandolo verde e moderato, mentre invece è maturo e vigoroso. La lunghezza sol media forse, ma con una nitidezza così cristallina che risuona a lungo nella memoria, se non sul palato. Io lo credo – amico, amica che mi leggi- irresistibile sulle carni bianche e su formaggi di stagionatura tra la fresca e la mezzana; ma ne avessi un’altra bottiglia qui con me, con curiosità infinita lo vorrei provare su pesci grassi d’acqua dolce.

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