Vino Nobile di Montepulciano 2004, Antico Colle, 14 gradi.

Se vai a Montepulciano e ti arrampichi sul colle, l’occhio tuo rimane avvolto nella meraviglia delle mura e delle porte di pietra, che ti aprono come un sipario al susseguirsi dei palazzi dalle facciate contigue, dalle geometrie perfette, più monumentali e signorili via via che ti avvicini alla Piazza, dove risplendono i marmi sulla Cattedrale e sui palazzi pubblici. Questa la luce, questa la corsa verso il cielo. Però c’è un cuore segreto a Montepulciano e per trovarlo devi percorrere le viscere della terra addentrandoti nel tufo, in antri segreti: chilometri di cantine scavate nei secoli per accogliere le botti e l’affinarsi del vino Nobile, oro rosso di queste terre; e nel fondo del recesso più buio, non ti stupire se vi troverai celata un tomba etrusca: ecco la terra infera che chiude il cerchio, ecco l’ombra del sonno che permette d’un balzo di festeggiare la vita. Ahime’: tanti – non tutti – dei vini che trovi nelle cantine storiche del centro sono un po’ commerciali, un po’ acchiappa turisti. Le vigne, la vera ricchezza, è pur vero che sono fuori le mura: celebri i nomi di Cru come Bossona, Quercetonda, Asinone, Acquaviva…La cantina Antico Colle si trova appena fuori le mura, non gode dell’immagine monumentale di quelle del centro ed è come una volta, con la vendita del vino in bottiglia e del vino sfuso. Però per il Vino Nobile usano uve loro e non cercano scorciatoie atte a filtrare la voce della terra per adattarla ai palati internazionali – almeno, questo era nel 2004 quando fecero questo vino e di più non posso dire, giacché non li conosco. So però che nel mio calice ho un rosso di tutto e solo sangiovese, affinato due anni nelle botti grandi; nessuna concessione alle uve straniere, ai Merlot e ai cabernet che si’ talvolta piacevolmente integrano, ma più spesso snaturano. Invece qui mi godo con piacere la sua tinta rubino, di media profondità: ha riflessi scuri e autunnali, in po’ granati ai bordi, ma sempre la trasparenza vera del sangiovese, si’ che puoi vederci attraverso e fermarti a sognare, mentre lui rilascia lacrime sul bordo rade, lente, irregolari. E lento e’ anche questo vino, chiuso appena lo svegli a dieci anni dalla vendemmia levandogli il sughero, ma già affascinante di note scure, di un tannino terroso: vino da armigeri, da notte lunga di guardia prima di un assedio. Poi, con le ore, si fa più morbido: non sorridente, sempre guardingo e austero, solo più rilassato; vino maschio era e maschio resta, potente, affascinante nei suoi misteri scuri, anche ruvido volendo; ma non per farti sgarbo, solo per essere vero. Ecco, poco a poco troverai, nella direzione di un aroma che pare timido ma in realtà è molto concentrato, le viole; poi susine mature, giuggiole, more di rovo, tocchi leggeri di uvetta sultanina e di arancia sanguinella; poi il pepe nero, idee appena, lontane e sfumatissme, di cannella e chinotti canditi; una persistente scia ematica e carnosa, che si fonde continua e lunga alla limatura di ferro, ruggine, toni di pietra bagnata; ed ancora terra, erba, macchia, foglie essiccate di salvia, di menta di te’. Tuttavia quasi saresti tentato di dirlo beverino, perché ti appare sulle prime tanto semplice quanto potente: la potenza di Montepulciano; che però, se ci fai attenzione, e’ una complessità non esibita, elegantemente discreta. Al punto che quasi lo diresti rinfrescante: i quattordici gradi li senti e non li senti a fronte di un corpo pieno e scattante, teso e centrato, più che morbido, largo, accomodante; con un’acidità ben alta, che rinfresca, sostiene, spinge e trattiene, corda tesa come un violino che suoni sul tuo palato, deciso, l’attacco del Concerto di Beethoven; una lunghezza ficcante soprattutto, appena irradiante, non ampia, ma che chiude persistendo sui tratti più salini ed amaricanti, figli di un tannino divenuto nelle ore fine, sabbioso, eppero’ sempre abbondante e robusto; non è l’amaro che disturba di una sovraestrazione dell’uva, ma quello che piace, quasi ammandorlato, che pulisce chiude e soddisfa. E se la sua fattura quasi contadina e senza filtri ricalca una snellezza quasi chiantigiana, tuttavia la naturalezza di un olfatto animale, di un gusto profondamente terragno, oscuro e segreto, rimandano a Montepulciano, a quel tendere millenario la vita tra le grotte oscure ed il cielo, per il breve battito d’ali che ci e’ concesso di godere. Vino che gusterai in questa fase su grandi arrosti di cacciagione da piuma, più giovane sulle paste asciutte, anche col sugo del cinghiale.

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