Terre di Franciacorta Rosso 2001, Bersi Serlini, 13 gradi.

Se dici Franciacorta dici spumante metodo classico. Oggi. ‘Antanni fa avresti detto magari vini rossi. Prendi Bersi Serlini di Provaglio d’Iseo,  attiva dal 1886:  il rosso lo fa  ancora, se tu guardi sul sito però è nella categoria “piccole produzioni”, la scena restando tutta ai vini con le bolle. Se consulto “I vini d’ Italia” di Veronelli, edito da Canesi sul finire del 1961, gli spumanti nemmeno compaiono, ma si parla di vini da pasto e “fini da pasto” (definizione bellissima e desueta) a base di barbera, berzamino (e quest’uva, che cos’è?), sangiovese e vernaccia bianca: uvaggi, come usava per lo più nella nostra bella (ex?) Italia. Ho qui con me un Bersi Serlini del 2001, allora ufficialmente Terre di Franciacorta, non ancora Curtefranca come da nuova denominazione. Le sue uve: Cabernet e Merlot fino ad un 90% del totale, un saldo di Nebbiolo e Barbera, fino a un 10% ciascuno, secondo l’annata; diverso quindi dal tipo citato nel venerando (e venerabile) volume veronelliano. Pero’ quell’essere “sapido, generalmente con accentuato retrogusto amarognolo” tutto lo riconosco in questo vino vecchio di 14 anni, granato di media profondità nel mio calice, con archetti radi, irregolari e veloci a scorrere sul vetro. Veduta personale e lombarda dell’uvaggio bordolese, più dinamica, piu’ scattante e alla mano. È tuttavia emozione quella che ti sale al naso, quando il fruttato ed erbaceo giovanile gioca ora con trame più dense di foglie e sottobosco d’autunno, perfin della torba del vicino lago Sebino, con quella nota sottilmente idrocarburica ed empireumatica che avvolge di profondità e mistero la frutta nera dei mirtilli e ginepri, delle prugne secche, della buccia di fichi neri, appuntita da tocchi di nespole e erbe: la selvaggia amata cicoria di campo. Si’, i sentori del legno: vaniglia e fume’ ma leggerissimi, piacevoli come il tepore e il crepitare di un camino,  Eccolo in bocca: pieno, non imponente, ancora con quella acidita’ un po’ ammandorlata che lo spinge, fine ma non domo di tannino, soprattutto sapido e succoso, intenso, lontano anni luce da certi anemici Bordeaux ( e per prova provata ve ne sono!), perfetto nel suo tenore alcolico, che scalda solo quel che serve e si vuole da un rosso, infine discretamente lungo. Appena un po’ rustica e ruvida la sua trama, lana grezza più che seta e velluto, ma quella bella, fatta all’uncinetto per te dalla nonna. Cenni al gusto, aggiuntivi, quasi di pasta di pane e lievito. Veriddio che più che Bordeaux io penso al Chianti: altra terra per lo più d’uvaggio, altro vino di scatto e tenuta. Però, e’ come paragonar Leonardo ai leonardeschi: di la’ la complessa dimensione intellettuale, di qua una concretezza terragna e padana, alla maniera del Luini, del Moroni: vere entrambe di una verità diversa. Vino da bere e da godere questo, non da osannare: è difatti l’ho goduto, su conchiglie artigiane ed un mio sugo rosso odoroso coi porcini secchi. La mia chiosa: questo rosso con garbo e fermezza sussurra che la Franciacorta non è sol terra di metodo classico, ma a tutto campo, su quelle fatate colline, e’ terra da vini. Vini forti e rotondi, di dolcezza e pienezza lombarde: felicita’. Poi: ci siamo davvero accorti che la Lombardia, tra Franciacorta, Valtellina, Garda, Oltrepo’ e’ terra di grandi vini, tra le prime d’Italia, che non cede il passo a Veneto, Sicilia, Piemonte  e Toscana, per fattura, gusto e personalità? Eppure vedi -amico, amica che mi leggi- dove il lombardo e’ caduto in fallo: quella grandezza non l’ha saputa abbastanza promuovere e raccontare.

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