Petalos 2011, Bierzo, Descendientes de J. Palacios, 14.5 gradi.

Pensando alla Spagna, le prime immagini sono quelle delle grandi città piene di vita: Madrid, Barcellona, Siviglia…e magari la Movida, includendo le coste dorate e le isole del divertimento estivo. Magari, il fascino un po’ esotico dell’Andalusia. Questo il turismo e la superficie. C’è però tanta parte di Spagna fatta di silenzi, di lande sconfinate, di una malinconia profonda, trafitta dai raggi di sole. Realtà agricole dalla storia straordinaria e tormentata, che hanno conosciuto onori ed abbandoni. molte aree furono flagellate senza pietà dalla fillossera e ripiantate in seguito con uve meno interessanti, votate più alla quantità che alla qualita’. Poi i decenni di dittatura e isolamento hanno fatto il resto. Bierzo e’ un’area del nord-ovest del Paese, citata già da Plinio il Vecchio,  enologicamente importante nel Medioevo grazie all’attività dei monaci, fino a cadere poi in una sorta di oblio. Eppure qui c’erano alcune vigneti terrazzati su pendenze estreme, suoli d’ardesia ed una una varietà a bacca rossa tipica, la mencia, un clima che unisce il fresco e la pioggia portati dall’Atlantico al calore del centro della Spagna: insomma, una terra parlante, solo che qualcuno la volesse ascoltare. C’è in Spagna un personaggio, Alvaro Palacios, qualcuno lo paragona ad Angelo Gaia;  famiglia di lunga tradizione produttiva in Rioja, studi e pratica a Bordeaux, sulla riva destra della Gironda. Quando torna in patria, invece di portare in valigia il culto per le uve bordolesi, ne riporta una visione di qualità senza compromessi ed una ricerca di identità uniche. Quindi si dedica non ala Rioja e all’azienda di famiglia, ma a riscoprire e rilanciare altre aree spagnole: Il Priorat e, appunto, Bierzo, seguendo il cammino dei monaci, convinto che le terre da loro scelte secoli prima siano le migliori. Così nel Bierzo mette insieme 30 ettari di piccoli appezzamenti e li conduce in regime biodinamico con il nipote Ricardo, gira il mondo per fare promozione; e la terra ritrova la sua voce, il Bierzo ritorna sulla lista delle aree che contano, la mencia da uva cenerentola e pallida viene nuovamente rispettata per i vini profondi e originali ai quali dà vita. Questo Petalos credo sia il più semplice che i Palacios producono in Bierzo; in numeri importanti per altro, e con un costo accessibile; ma con un carattere unico. Fin dal colore rosso rubino, capisci che è’ diverso da tanti moderni vini spagnoli: non impenetrabile, ma di media profondità. Sul calice lascia lacrime veloci e frastagliate come le colline da cui nasce. Stupisce però soprattutto il suo aroma, intenso e personalissimo, fragrante, sembra parlare la lingua di una natura antica e selvaggia,ricco richiami di aldeidi, dove more, mirtilli e ciliegie si stagliano su uno sfondo persistente di grafite ed erbaceo, che ricorda un poco il Cabernet Franc: e vi trovi le foglie del mirto e dell’alloro. Ancora, ricordi di chiodo di garofano e liquerizia. Queste note minerali e vegetali le ritrovi -amico, amica che mi leggi- al sorso in modo anche più evidente, col suo gusto deciso che riempie il palato, succoso, con un tannino deciso ma molto rotondo, di grana un po’ sabbiosa, ed un’acidità più che discreta, superiore a quella di tanti rossi spagnoli, che ben sostiene la beva. Chiude su sentori di mirto e liquerizia amara: ecco, a trovagli un difetto, qui rimane un po’ scomposto: non corto, ma poco bilanciato sul l’alcol e il tannino, che in qualche modo prevalgono. Ma come tutto ciò’ che è’ davvero bello, piace malgrado i difetti. Il mio abbinamento, banale ma di sicuro piacere, è stato con un formaggio Manchego.

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