Chianti Classico Castello della Paneretta 2008 , 13,5 gradi.

Per giungere al Castello della Paneretta devi percorrere il fascino sottile dei grandi balzi delle colline di Barberino Val d’Elsa e di Tavernelle Val di Pesa, così vicine a Firenze e prossime quasi alla superstrada, eppure a loro modo stringenti, selvagge, boschive, che ti si aprono improvvise più d’intorno che davanti agli occhi, perche’ te le senti addosso; d’autunno, con la loro silenziosa malinconia. E’ vero: non sono parte di quel territorio storico formato dall’antica Lega del Chianti, ma fin dagli Anni Trenta rientrano nella zona di produzione classica e per loro parlano i vini: su quei poggi puoi trovare alcune delle più celebrate fattorie toscane. Poi, quando giungi al Castello, se non e’ epoca di turisti ma sei raccolto con te stesso, ecco che puoi pensare d’improvviso alle fiabe che ti narravano da bambino, di manieri fatati e ville dalle cento stanze, dagli specchi magici e dai passaggi segreti ed oscuri che portavano al baratro, o alla salvezza o a un tesoro. In effetti, la mole massiccia ed elegante del Castello dalle le torri cilindriche un tesoro lo contiene, che contende l’attenzione alle statue ridenti del giardino e ai sontuosi affreschi: vini  raffinati, sussurrati, di impronta tradizionale, di sangiovese e canaiolo, varietà qui difese strenuamente. Che poi sia una famiglia di origini non toscane a tener dritta la barra del timone e non abbia ceduto alla sirena delle varietà internazionali nemmeno quando la moda lo richiedeva a gran voce deve far pensare.
Questo 2008 e’ un Chianti Classico delicato, fine nel senso ottocentesco, da arrosto. Ti attrae subito come un sorriso di fanciulla, di Madonnina quattrocentesca col suo bel rubino trasparente, ricco di lacrime cristalline e scintillanti ed un aroma fresco, di bella intensità, floreale di viole e di rose, e poi di ciliegie sotto spirito e lamponi, accennando a more selvatiche cenni, menta di campo e te’ e alloro, con una coda complessa e sottovoce, delicatamente balsamica di eucalipto, leggermente fume’ e con ritorni di terra bagnata. Sotto, tutto si impernia su un’anima ferrosa, minerale, seria e composta che ritorna intatta ed innervante anche all’assaggio. Sorseggialo e ne godrai il piacevolissimo equilibrio del corpo sospeso perfettamente tra pienezza ed agilità, lo diresti un peso medio paragonato a tanti vini più pretenziosi; però il senso dello scatto vela una struttura ben salda, ricca di acidità e con tannino abbondante ma di grana minuta e matura, con una beva saporita ma mai gridata, con un attacco ampio che poi prosegue e si svolge deciso, teso, nervoso ma al contempo solenne, irradiante, gentile, lungo. L’avevo assaggiato all’epoca dell’acquisto in cantina ed era diverso, e’ chiaro: allora cristallino e lucente come uno specchio, con proporzioni assolutamente perfette, pertanto fors’anche più impressionante. Oggi, invece, e’ come in muta tra spontaneità giovanile e profondità dell’invecchiamento, serpente piumato che cambia pelle per svelare un volto nuovo, verso svolte imprevedibili nel suo mutare. La vita e’ tutta un mutamento – lo sai, amico, amica che mi leggi: questo vino ha la grandezza di narrarti in divenire la sua fiaba.

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