Schegge di Vinitaly

Io che non ci volevo andare: “No, quest’anno no, tutta quella bolgia”. Io che poi mi son pentito di essere rimasto solo un giorno tanto mi sono divertito, tanti gli assaggi interessanti. E che me ne son andato col dispiacere di non essere stato abbastanza con gli amici che stanno “”dietro i banchetti” e  di non averne salutati tanti; col rimpianto di non aver assaggiato tanti interessanti e grandi vini.

Intanto però:

L’equilibrio e la purezza del Bianco Infinito di Maeli, che continuerò a sognare a lungo con un sushi. E poi la freschezza appena speziata del Rosso Infinito 2011; la cremosa ricchezza del Moscato Fior d’Arancio 2013, così dolcemente sensuale, così salino. Brava Elisa Dilavanzo!  

Le bolle fini e delicate del Moscato Fior d’Arancio 2013 di Ca’ Bianca, così vicino, così diverso, stilizzato nell’’eleganza fresca e nervosa delle mele.

Il Moscato Fior d’Arancio Passito di Gambalonga: ecco la gioia ambrata di zuccheri e sale, di avvolgenza alcolica ed acidita’ ficcante, ma più ancora la profondità dell’ossidazione, che non ti butta il frutto passito sul muso, no, ma ha le tante gradazioni sottili che solo il tempo regala, quasi fosse un Palo Cortado di Jerez ma moderatamente dolce, voce quasi delicata e segreta della viola da gamba. 

I Prosecco di diletto e ricerca di Desiderio e Gianluca Bisol: il Metodo Classico loro, che cerca strade trasversali, tensioni nuove, piacere e pensiero. Poi il sorriso del Cartizze.

Vedi di contro, l’intensita’ sontuosa, avvolgente e pura, patrizia e dogale del Prosecco di Valdobbiadene Extradry de Il Follo. Ricchezza inaudita, sensualità tizianesca nell’estasi dell’espressione dei toni del bianco. Li’ forse l’estremo charmat. 

La Valpolicella di Corte Archi, dagli aromi precisi e puliti, anno dopo anno toccando a ritroso dal 2014, fino alla vetta dell’ Amarone Riserva: dove opulenza e freschezza trovano un loro equilibrio tenero e delicato, come i petali di viole che accarezza il vento.

Venissa 2011, dal colore dell’oro. Per me, oro da re. Acqua e cielo di laguna nel suo sorso. Non re, allora, ma lo sguardo del doge che si perde sulle acque della sera.

Eppoi si va in Toscana. 

Ecco la Rufina verde, ecco il Chianti Rufina scintillante de I Veroni e il Chianti Rufina Riserva nobilmente elegante e comunicativo; ma poi solo silenzio di fronte al Vinsanto 2006: ecco l’oro antico, la storia, la dolcezza, le battaglie (l’arme e gli amori), condensati in un ambrato liquore già parte di me e del mio desio: così dolce, così salino, così consolante e cosi’ teso, acidita’ corda di violino, balestra tesa per scoccare. Ecco il Vinsanto, come io l’aspetto. 

La sorpresa di Bagno a Ripoli: i vini di Fattoria le Sorgenti. Perfino un Malbec riescono a far sentire toscano. Perfino il taglio bordolese poco invidia a quelli di zone più famose, anche non italiane, vincendo per eleganza; seppur, bada, non disdegna un mediterraneo abbraccio. Perfino con un Metodo Classico da uve Chardonnay stupiscono, che dopo più di 30 mesi sui lieviti e’ cosi’ piacevolmente in equilibrio tra frutto mediterraneo, gessosita’, e le note dell’’autolisi, che vorresti aver subito con lui tutta la varietà dell’antipasto toscano, i salumi e i crostini. Batte pero’ il cuore per il Chianti dei Colli Fiorentini Respiro, così giovanile, fruttato, pieno, sapido, sbarazzino, passante. Un bel Sangiovese, da bersi a garganella, da farsi scaldare il cuore mentre rinfresca la gola, da farsi regalare la gioia. Vadano altri a Beaune, io sto a Bagno a Ripoli. Specie se poi c’e’ anche il Gaiaccia, più complesso, con un 2009 in equilibrio ed il 2008 di struttura ed evoluzione, più scuro d’aroma, più serrato di struttura, quasi guardasse amoroso alle Langhe. 

Poi ancora e per sempre Montalcino. La gioia di farla conoscere agli amici Veneti, sotto il mio punto di vista parziale e innamorato. La gioia di condividere la voce del Sangiovese. 

I vini di Luciano Ciolfi, Sanlorenzo, che dirne ancora? La delicatezza del Rosso 2013, l’armonia del Brunello 2009, la potenza del Brunello 2010 che ancora morde il freno cavallo bizzoso di razza, la controllata evoluzione e il mistero della 2003, col fungo, il bosco, la macchia, lo splendore autunnale in evidenza. Vini di classe, ma veri. Vini del caldo abbraccio. Vini della sera, con quelle vigne alte e volte a sud ovest a far l’amore con la luce del tramonto – e devo capire se ciò non dia al sangiovese una sua specifica dimensione. Ne avrei approfittato del suo nuovo coravin per godermi tutte le annate, ma mi vergognavo e più ho vergogna ora di essermi vergognato. 

Tiezzi: il sorriso e  l’eleganza e la discrezione . Così i vini, cosi la famiglia. La cordialità del Brunello Poggio Cerrino, che già si apre alle complessità evolutive conservando freschezza slancio immediatezza. Poi il Brunello Vigna Soccorso 2010 e si fa il salto in un iperuranio universo parallelo di sole e di luce purissima. Le sabbie di quella vigna benedette dal Cielo per tanta forza e grazia e armonia. Vini del mezzogiorno, dello zenith, della bellezza piena. 

Il Brunello de La Lecciaia, cosi’ ammattonato, trasparente, vecchio stile, etereo perfino, ma con una verità lampante: la stessa dei volti di Cimabue, immortali e immoti sui fondi oro dugenteschi. Ha un po’ il sapore delle fiabe raccontate a te bambino al crepitare del fuoco, che rimangono indelebili nella mente con la forza del simbolo e dell’archetipo. 

La scoperta dei vini di Stella di Campalto – meglio, la conferma di una fama meritata. Il Brunello 2005 (si’, 2005) oggi armonioso e perfetto, persino ancora giovane, complesso e impalpabile, tutto in levare, giovanile, quasi ancora del tutto rubino, e pensi sia una vetta estrema di Sangiovese. La materia rarefatta e impalpabile, come i canti che salgono da Sant’Antimo: forse questa la verità  dei vini di Castelnuovo dell’Abate se la ritrovi nei confinanti filari di Poggio  di Sotto? 

E Federica, Tommaso, Olimpia, Manuela, Paolo, Gianpaolo, Chiara, Raffaella, Paola, Alberto, Olalla, Dino, Sergio…e tanti altri che ora scordo? 

Il tempo e’ amico e giova al vino – noi non siamo vino. 

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