Maggiorina 2013, vino rosso, Le Piane, 12,5 gradi.


“A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar…”: cominciavano così quand’ero bimbo – con un coro accompagnato dal suono sfumato dei corni – le Fiabe Sonore Fabbri. Avevo imparato a mettere il 45 giri sul giradischi, a sollevare con la manina il braccio ed a posarlo sul primo solco delicatamente, perché la puntina non si danneggiasse. Un breve sfrigolio per la carica elettrostatica del vinile e la magia cominciava, in un attimo la penombra del grande appartamento che abitavamo allora nel centro vecchio di Milano si popolava di personaggi immaginifici e mi sentivo portato via in una dimensione meravigliosa, come varcando la soglia di uno specchio o volando su una nuvola. Anche Boca potrebbe raccontare una favola: coi colori del suo vino, con le sue colline, coi suoi boschi, con i suoi personaggi; e parole dove l’accento lombardo cede il passo al piemontese, in queste terre novaresi dove il confine si spostò più volte. Colline un tempo ricche di viti, una distesa ad ornare i pendii in orditi regolari, geometrici, bellissimi, come le trame di un tessuto nato da mani amorose ed esperte, ideato nell’estasi da un sommo stilista. Tessuto, si’: e proprio l’industria tessile fu poi la rovina della viticoltura di queste colline, strappando le braccia alla fatica della terra certo, forse anche alla miseria materiale – non so dire – offrendo in cambio un mondo nuovo: ma lo abbiamo poi visto quel mondo nuovo, com’e’. Non dirmi – amico, amica che mi leggi – “passatista!”: so del buono e del cattivo nel progresso, non discuto; ma la caduta di tradizioni millenarie non è fonte di romantico rimpianto, piuttosto perdita di un equilibrio che generazioni avevano impiegato a costruire: dell’uomo con l’uomo, dell’uomo con la Terra, della Terra con il Cielo. Allora, vedi, se le viti qui si piantavano per allevarle a maggiorina, un motivo c’era: con le piante che a gruppi di quattro da un punto centrale venivano fatte crescere verso gli angoli di un quadrato col supporto di pali inclinati verso l’interno, quasi fossero alberelli o cespugli in equilibrio a formare una tettoia di verzura, ecco che l’uve restavano protette dalle grandinate frequenti in zona, ma bene esposte all’aria ed al sole; così era almeno fino dal Milleseicento. E si dice che laggiù, se vai per boschi, trovi ancora nel folto sulla terra le basi che formavano la maggiorina, come fossero belle addormentate nella foresta incantata: la’ dove era riso e canto alla vendemmia, ora la natura vela nell’ombra il ricordo. I signori di Le Piane ancora conservano qualche vigna a maggiorina, di qui il nome di questo rosso: un po’ il loro vino da tutti i giorni, quello per darsi un confortino, fatto con un po’ di nebbiolo, di croatina, di vespolina, di uva rara e di altre che ancora abbellano le vecchie vigne. Eppure, come lo trovo scontroso questo vino, lui che in fiera mi aveva sorriso cosi’ pimpante e leggero. L’aduggia forse il lungo viaggio? O quel brutto tappo in truciolato l’ha mortificato, depresso, turbato, indebolito? Digrigna i denti con un tannino slegato, seppur i profumi siano li’: e’ viso di bimba dal broncio testardo. Io però lo aspetto: passa un giorno, due, tre…ma come, non era un vino quotidiano, da bersi presto? Quattro, forse cinque, chissà, ho perso il conto! Ma lo riconosco infine, con la sua tinta rubina trasparente, perfino scintillante, minime e lente le lacrime sul calice. Profumo finalmente disteso e ritrovato: di muschio e di bosco, di colline l’autunno, di una magrezza che rifugge il compiacimento del crepuscolare. Poi more e fragoline di bosco, già zuccherate e servite con quel poco di succo di limone, primaverili ed invitanti. Infine una speziatura che sussurra “son la vespolina” e che parla di ricette di casa semplici e vere, trovate e perdute, perdute e trovate: pepe bianco e cannella. Ecco la bimba col broncio adagio si fa donna, secondo i suoi tempi, uno sguardo fuggevole che quasi ti fulmina, ma è solo un momento: altro tempo, altra maturazione per essere un Boca, con la DOC. Freschezza al palato, questo è; e pulizia succosa, di acidità che solletica con forza, di una linea minerale ovvero sottilmente salina che si disegna sul palato, piccola forse, ma che testarda perdura: sembra che scappa via e poi indietro ritorna. È un vino un po’ all’antica questo qui: prima lo devi guardare, poi odorare, infine gustare con un piccolo sorso, come tu prendessi l’Ostia in chiesa; non te ne riempire la bocca, non ti travolgerà di corpo e di alcol, ma tenuto li’ sulla punta della lingua ecco che diffonderà l’intensità del suo sapore, come un primo bacio timido adolescenziale, trasmutando l’aroma, arricchendolo di bacche di ginepro. E pazienza se il suo tannino, pur fine, resta un poco verde immaturo. Perché, come si diceva nelle Fiabe Fabbri, per sognare “…basta un po’ di fantasia e di bontà’”.

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